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giovedì, 11 giugno 2009

Shaun Gladwell MADDESTMAXIMVS



Le videoinstallazioni di Gladwell sono studi scultorei sia sull’esperienza del corpo sia sulla fisica della gravità, sul movimento, in particolare sull’energia centrifuga, e sul tempo ciclico. Senza dubbio questa circolarità formale, un senso del corpo in continuo movimento, è divenuto un tema centrale dei video di Gladwell ed è rappresentata con una nuova intensità nel progetto MADDESTMAXIMVS, in cui l’artista sposta la propria attenzione nell’evocativo entroterra australiano, affrontando una serie di vecchi temi relativi ai concetti di territorio, luogo e spazio nella cultura australiana.



Iniziato ufficialmente nel 2007, il progetto MADDESTMAXIMVS prende spunto da varie fonti, dai dipinti sulla “siccità” di Sydney Nolan alla trilogia cinematografica Mad Max di George Miller (ma anche un po' a Death Proof di Quentin Tarantino e al film dei Daft Punk) . Si tratta di un progetto ancora in corso per il quale Gladwell concepisce, realizza ed espone varie opere in forme diverse (tra cui fotografie, installazioni scultoree, litografie e disegni, ma anche video).
L’installazione di Gladwell al Padiglione Australia presenta vari lavori.
Interceptor Surf Sequence (2009) è un video a due canali realizzato di recente: proiettato su una delle due superfici di uno schermo sospeso, l’opera unisce a tutti gli effetti i due livelli del padiglione.
Apology to Roadkill (1–6) (2007–2009) ritrae un motociclista con un casco nero che si ferma per osservare e cullare teneramente le carcasse di canguri grigi. A questi due video si uniscono interventi scultorei nella struttura stessa del padiglione: la motocicletta di Apology to Roadkill (1–6), piantata nel muro esterno del padiglione a creare una protuberanza conficcata nello strato interno della superficie, e una riproduzione “scultorea” a grandezza naturale e funzionante, realizzata per l’occasione, della famosa macchina V8 “Interceptor” guidata da “Max”, il personaggio interpretato da Mel Gibson nei film Mad Max 1 e 2.




Il progetto al Padiglione Venezia è completato da un’opera video multicanale – Centred Pataphysical Suite (2009) – costituita da una torre di monitor, ciascuno dei quali mostra l’immagine di un performer che si esibisce sul posto nella propria disciplina (skateboard, break-dance, danza classica, ciclismo BMX), da un’opera scultorea che inserisce una filmato “live” in tempo reale su un monitor posto nella superficie interna di uno scheletro umano che ruota (Endoscopic Vanitas, 2009) e dal lavoro più recente del progetto ancora in corso Planet and Stars Sequence, che comprende sia il filmato (Planet and Stars Sequence: Barrier Highway, 2009) sia un pezzo (Absolute Event Horizon, 2009) di un dipinto a spray realizzato dall’artista in ginocchio sul ciglio di un’autostrada nell’entroterra australiano.



Ciascuno di questi lavori costituisce un’importante opera a sé e tutti condividono lo spazio del padiglione, che l’autore usa come contenitore scultoreo, trasmettendo un’idea coerente e tuttavia fortemente associativa di un luogo che è lontano anni luce dai Giardini. In questo contesto, nessuna delle opere domina sull’altra, ma Interceptor Surf Sequence, che va osservata da entrambi i lati, obbligando il pubblico a tornare indietro e ad avvicinarsi e a girare intorno all’installazione più di una volta, e per la sua collocazione al centro del padiglione, rimarrà senza dubbio nella memoria del pubblico, In questa installazione una telecamera segue la V8 Inerceptor nera, parcheggiata fuori dal padiglione, su una lunga strada non asfaltata in una vasta pianura dell’entroterra australiano. In una scena il cielo immenso diventa di un nero primordiale per l’avvicinarsi di un temporale. Il caldo, e in particolare la terra che si solleva, distorcono la vista. Una figura vestita di nero e con un casco in testa esce dal finestrino mentre la macchina è ancora in movimento, sale lentamente sul tetto della macchina e si alza in piedi. Il rallentatore accentua ogni sfumatura dei suoi movimenti, trasformando un’azione teoricamente pericolosa in uno studio formale del virtuosismo del corpo, laddove il corpo stesso contiene e bilancia le forze elementari della velocità e della gravita che lo spingono ancora più in profondità nell’entroterra australiano.







Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 19:49 | link | commenti (1)
categorie: video, biennale di venezia
martedì, 09 giugno 2009

Let me take you on a trip

La 53° Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia è la mia sesta Biennale. Ogni volta è un’esperienza che comporta un grande sforzo sia fisico (buone gambe) che mentale (concentrazione e rapidità nel giudizio). Richiede tempo (due giorni almeno, ma sarebbe meglio tre), richiede soldi ed entusiasmo.
E’ inevitabile rimanere affascinati maggiormente dalle opere più “forti” che riescono ad emergere nel bailame generale, sempre tantissime le opere presenti (forse anche troppe, considerando la bassissima qualità di alcune). Sono quindi, probabilmente, un po’ svantaggiati gli artisti più minimalisti o più dimessi ma neanche questo è sempre vero. Si può rimanere colpiti da cose piccole come annoiarsi con le grandi installazioni.
Questa mia piccola recensione sarà pertanto inevitabilmente parziale, parlerò cioè solo di quello che a me è sembrato più interessante.
Che la visione abbia inizio.


ARSENALE
All’Arsenale mi è sembrato di trovare spesso il tema del ricordo, il desiderio di ristabilire un contatto forte con la propria infanzia, i giochi, i luoghi. C’è un’atmosfera più intima, casalinga, fatta di spazi spesso al chiuso.
La prima cosa che si vede entrando è la grande installazione di Lygia Pape, fili metallici scendono dalle pareti, la sala è quasi all’oscuro. Installazione che non ho trovato per niente suggestiva anche se la didascalia suggeriva che l’artista rende materiale l’immateriale.



La grande sala di Pistoletto con i suoi specchi rotti sicuramente è molto scenografica. Ma perché ripresentare adesso lavori già visti in passato? E’ un’operazione che mi lascia un po’ perplessa.



Più divertente il lavoro di Aleksandra Mir che offre ai visitatori tantissime cartoline di Venezia che ritraggono però altri luoghi, luoghi dove è presente l’acqua ma che sono vittime di problemi ambientali.



Jan Hafstrom propone una bella installazione appiccicando alle pareti grandi figure tratte da fumetti horror che sembrano come ritagliate da un bambino.
Tian Tian Wang propone grandi quadri, acquerelli molto mediocri che ritraggono il fuoco nei suoi momenti più distruttivi: incendi, eruzioni vulcaniche. Sembrano disegni fatti da un bambino che non è ancora capace di esprimere le proprie paure.
Paul Chan ha realizzato una serie di proiezioni, “ombre” che rappresentano giochi crudeli, orge oppure torture. Ma queste ombre si cristallizzano in un unico movimento ripetitivo senza poter portare né avanti né indietro la loro rappresentazione.
Richard Wentwort gioca con dei bastoni neri lanciandoli in alto come un nuovo Charlot che come ultima beffa è sparito. Noi non possiamo vederlo ma rimangono i suoi bastoncini neri appesi a fili invisibili a ricordare il suo scanzonato e allegro passaggio dalla Biennale.
Sara Ramo presenta due video che ritraggono angoli della sua infanzia. Ogni tanto un pallone rimbalza.
David Bestuè e Marc Vives, sono due studenti spagnoli, ricordano il film “L’appartamento spagnolo” e un po’ anche i Blue Noses (che tanto ci hanno fatto ridere due anni fa sempre all’Arsenale). I due hanno realizzato nella loro casa di Barcellona delle “Acciones en casa”, piccole performance minimaliste che si concludono sempre con una risata da parte del pubblico. Titoli come “Stikers on windows”, “Eat Meliès style”, “Hello Melon Gag”, “Lost Generation Party”, o “Dada Show Phonetics” possono farvi intuire poco quello che vedrete, ma non voglio certo togliervi la sorpresa.
Huang Yongpin presenta una grande installazione. Due mani di Budda, un soggetto spesso rappresentato in quella cultura. Il Budda solitamente è una figura rassicurante, spesso viene rappresentato sdraiato o comunque sempre seduto. In Oriente si adora una divinità che abitualmente ozia. Tutto l’opposto dell’occidente, dove Cristo viene messo in croce a sacrificarsi per i suoi fedeli e muore. Le mani rappresentate da Yongpin mi hanno molto colpita perché non hanno niente di questa divina serenità, sono assolutamente inquietanti. Sono come un mostro, una piovra pronta ad afferrarti e trascinarti giù. Le mani di Yongpin assomigliano moltissimo al leggendario mostro Chtulu di Lovercraftiana memoria.



Il Padiglione dell’America Latina non è male, c’è Garaicoa che però presenta un’opera abbastanza deludente (ho visto assai di meglio di questo artista). Paul Ramirez Jonas che ci invita a recitare l’illeggibile e Dario Escobar che colloca numerose camere d’aria che scendono dal soffitto come lunghi serpenti neri. Un altro richiamo all’infanzia che esprime però una certa inquietudine.
Molto molto bello invece il Padiglione Cileno affidato completamente a Ivan Navarro. Questa è una delle cose che mi sono piaciute di più. L’artista usa il neon e lo fa realizzando alcune istallazioni di grande bellezza estetica. In particolare l’installazione “Bed” presenta una sorta di pozzo dentro il quale la parola si ripete all’infinito realizzando visivamente la sensazione di sprofondare nel sonno.



Pae White ha costruito per i visitatori una grande gabbia piena di biscottini di miglio appesi e con un gentile signore che, proprio come ha sempre fatto mio nonno cacciatore, suona con la bocca un richiamo per uccelli. Tutto molto carino, i visitatori/uccellini hanno sembrato apprezzare molto.
Gli Emirati Arabi con la stanza intitolata “Is not you is me” vorrebbero proporre una riflessione del rapporto tra osservatore e museo, ma la stanza con belle signore velate, plastici e foto di camere d’albergo risulta noiosissima e francamente quasi incomprensibile.
Cildo Meireles ha costruito delle stanze monocrome con plasma che trasmettono colori monocromi. Installazione interessante che spicca per l’essere distante da tutto il resto
Sheela Gowda ha realizzato una delle installazioni di cui si è parlato di più. Lunghe matasse di capelli neri si intrecciano con paraurti di auto.
Jumana Emil Abboud presenta il video “The Driver” in cui gioca con dei piccoli ometti e alcuni oggetti, raccontando una storia, proprio come fanno i bambini a volte.
Gonkar Gyatso ha realizzato alcuni quadri con almeno un miliardo di stikers e piccole foto, nonché un grafico della felicità dell’occidente nel corso dell’ultimo decennio. Una critica alla società dei consumi e dei mass media popolari. Forse bisognerebbe cominciare a trovare nuovi modi di farla questa critica o forse bisognerebbe smetterla di criticare e fare qualcosa di diverso.
Anya Zholud mi ha colpita, la sua opera insiste nel mettere a nudo l’impianto elettrico dell’Arsenale. In parole povere per due volte troverete lungo il percorso dei fili che escono fuori dal muro. La didascalia dice che lo fa per renderci coscienti dell’edificio. E’ un’installazione talmente inutile e curiosa che davvero mi sembra una cosa interessante e con il suo fascino.
La nostra cara Grazia Toderi ha portato un video, un dittico con due cieli notturni solcati da strane luci. Alieni sopra la città.
Karen Cytther ha portato un video molto bello ispirato al cinema di Cassavetes. Sullo schermo alcuni attori stanno recitando una commedia. Le battute si intrecciano in modo inestricabile con le frasi che si scambiano quando escono dal palco. Frasi che lasciano presupporre diversi drammi in atto. Impossibile capire quando recitano e quando parlano della loro vera vita. Video molto bello e molto disturbante.
Chun Yun ha presentato un’installazione che io avevo già visto alla Strozzina di Firenze, cosa che mi ha lasciata un po’ sgomenta. Ma le opere non dovrebbero essere quanto meno inedite per partecipare? Forse questa regola vale solo per il Festival di Sanremo. Comunque non è male, si intitola “Constellation”, è una stanza al buio con tante lucette, sono quelle di numerosi elettrodomestici.
Più o meno a metà della prima parte dell’Arsenale troverete una stanza piena di confusione dedicata all’Africa. Anche due anni fa c’era un’installazione praticamente identica e ugualmente insignificante. Anche questo è un clichè che spererei di veder sparire e invece ritrovo di anno in anno.
Usciti dall’Arsenale, gli spazi finali sono stati notevolmente ampliati aprendo completamente tutti i giardini, un luogo di per sé talmente affascinante da rendere davvero ardua l’impresa per ogni artista che ci si confronta.
Ampio spazio alla cara regista/artista Miranda July con alcune installazioni inutili e mediocri come sempre, cara figlia mia perché non ti metti a fare braccialetti con le perline?
Nikhil Chopra è un artista indiano che ha deciso di interpretare la vita di suo nonno. Ha dunque ricostruito una piccola casetta fornita di ogni comodità e lì vive beato. Quando sono passata io stava dormendo sdraiato su una stuoia. L’ho invidiato un po’.
William Forsythe ex ballerino e coreografo propone una serie di anelli in un piccolo padiglione dove ci si può appendere e sgranchire la schiena (proprio quello di cui avevo bisogno!).
Purtroppo mi sono persa lo spazio così detto “Arsenale Nuovissimo” perché si poteva raggiungerlo solo con un piccolo motoscafo e la coda era infinita.

PADIGLIONE ITALIANO
Il padiglione curato da Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli (direttamente incaricati dal Ministro Sandro Bondi, ricordiamolo) è stato criticato praticamente da chiunque in un vero e proprio gioco al massacro.
Ebbene non è così pessimo come scrivono. Cioè ci sono alcuni artisti che sono francamente davvero imbarazzanti ma altri, al contrario, sono molto interessanti.
Presenti i due “fratellini” Matteo Basilè e Giacomo Costa che negli ultimi anni hanno veramente incontrato il favore della critica. Presentano alcune nuove foto. Sempre proiettati nel creare visioni sul prossimo futuro che ci aspetta. Basilè con i suoi personaggi nella serie ‘La caduta degli Dei’ e Costa con i suoi paesaggi di città divorate dalla vegetazione.






Non male il video di Valerio Berruti, l’animazione del disegno di una bimba che gioca con una sedia in un atto ripetitivo e inquieto. Un salire e scendere perpetuo accompagnato da una canzoncina.
Il duo Bertozzi & Casoni mi aveva già convinta in passato. Sono due soggetti questi artisti che ricreano praticamente qualsiasi cosa con la ceramica riuscendo a creare perfino un bellissimo albero di Natale sbarbato e reclinato con anche un grazioso pappagallino che osserva il tutto. Riuscite ad immaginare un’immagine più bella? Io che odio il Natale ho salutato questa installazione con vere e proprie urla di giubilo.
Nicole Bolla presenta il suo “Orpheus Dream”, una riflessione sulla vanitas, dove la preziosità del materiale si oppone alla caducità, abbastanza vicino a opere già viste di Damien Hirst. Ma in fondo chi non vorrebbe un microfono ricoperto di svarowsky e un cerbiatto ai suoi piedi?
Elisa Sighicelli propone un video dove i fuochi d’artificio vanno al contrario. Immagini bellissime e suggestive, è come se la felicità potesse implodere.
Sissi porta all’esterno le sue sottilissime installazioni di fili metallici e conchiglie.
Anche i quadri onirici di Nicola Verlato mi sono piaciuti, soprattutto il suo James Dean riverso e morente.



Molto bella l’opera dei MASBEDO con la colonna sonora dei Marlene Kuntz. Un dittico. In un video un uomo, vestito da business man, atterrato su una distesa di neve lotta con un paracadute che sembra trascinarlo verso l’alto. Nell’altro una donna naufraga nel mare nuota trascinandosi dietro fili a cui sono attaccati elementi di una casa: sedie, un letto, un mazzo di fiori, un appendiabiti, un lampadario. Li tiene insieme grazie a un tirapugni di ferro. Oggetti come spettri, relitti forse di una società scomparsa a cui aggrapparsi che però la trascinano verso il basso. Verso la fine riesce a salire su una ciminiera che affiora dall’acqua e accende un segnalatore di presenza che emette un denso fumo rosso. Entrambi sono nella solitudine più totale. Chi verrà a salvarli? Si incontreranno mai? Psicologia spicciola forse, rimane il fatto che il dittico video ha grande forza e suggestione.



GIARDINI
Spagna- Quadri e sculture di Miquel Barcelò, deludenti.
Belgio – Un lavoro molto poetico di Jef Geys il quale ha fotografato e archiviato tutte le piantine che crescono uscendo dal cemento nelle strade cittadine. Come si fa a non volergli bene?



Russia - La Russia anche quest’anno si conferma una delle nazioni in assoluto più interessanti. Se due anni fa ci aveva stupito con i video di AES+F anche quest’anno non è da meno. In particolare il lavoro di Pavel Pepperstein che propone disegni di un futuro remotissimo in cui elenca fenomeni che accadranno segnalando anche la data esatta in cui si verificheranno come per esempio “The Attack of the old houses”, “The head of houses appeare”. Disegni a metà tra la fantascienza e il senso dell’umorismo che però mi hanno davvero divertita.
Salendo le scale invece alcuni artisti si confrontano con il concetto di “Vittoria” (titolo: Victory over the future). Andrei Molodkin presenta alcune riproduzioni della Nike di Samotracia, la celebre vittoria alata, irrorata continuamente di sangue. Alexei Hallima ha creato un’installazione sonora con un tifo da stadio che si alza fino a spegnersi improvvisamente. Irina Horina (tralasciamo commenti sul nome) però presenta un enorme pupazzone fiorato che lascia perplessi.



Giappone- Potentissimo lavoro di Miwa Yanagi che con “ Windswept Women” (Donne spazzate dal vento) realizza foto di alcune donne, stregone, vecchissime e allo stesso tempo giovanissime. Sciamane che in riva al mare eseguono i loro riti magici. Vecchie ragazze, visitatrici da un altro mondo, forse personificazioni della stessa morte, ma anche in un certo senso veicoli del coraggio di sopravvivere. Le donne infatti, per quanto risultino terrificanti comunicano una grande gioia di vivere. Un’opera estremamente complessa e piena di significati, sicuramente uno dei padiglioni più interessanti.



Australia- Uno dei padiglioni più interessanti. L’artista principale Shaun Gladwell porta il progetto MADDESTMAXIMVS ispirato alla saga di Mad Max con Mel Gibson di George Miller, ma forse anche un po’ a Death Proof di Quentin Tarantino. Merita un post a parte che arriverà nei prossimi giorni.



Corea- Un’installazione con i ventilatori di Haegue Yang. Un gran freddo e se posso dirlo anche una gran puzza.
Germania- Anche quest’anno la Germania toppa alla grande. Se già due anni fa le sculture di Isa Genzken mi avevano lasciato indifferente e infastidita dalla mediocrità, quest’anno si replica lo spettacolo. Liam Gillik porta un serie di mobiletti tipo ikea. Fine. Mi ha tolto le parole di bocca un signore francese che ha chiesto alla moglie – Qu’est-ce que tu pense de trouver ici?- cioè ‘cosa pensi di trovare qui?- Niente.
Canada- Mark Lewis porta tre video che dovrebbero farci riflettere sulle scene che spesso vediamo sul fondo dei film. Spero di aver capito bene. Comunque il tutto risulta assai misero.
Francia- Grande e cupissima installazione di Claude Léveque “Le Grand Soir”. Un’enorme gabbia argentata ti conduce a vedere una bandiera nerissima che sventola. Direi che si commenta da sola.
Padiglione Venezia- Un’imbarazzante mostra di alcuni vetri di murano (Perché? Perché? Perché? E ancora perché?)
Polonia- Krzysztof Wodiczko purtroppo un emulo di Bill Viola che non ha capito che non basta sfocare tutto per essere un grande artista.
Romania- “The Seductiveness of the Interval” Un percorso video con alcune opere interessanti, in particolare un dialogo tra alcuni cani/pupazzi che discutono animatamente della violenza dell’uomo nella storia.
America- Bruce Nauman. Troppa fila, ho pensato che quei due neon che mette in croce da almeno vent’anni poteva pure tenerseli.
Gran Bretagna- Presenta un video di Steve McQueen “Giardini” della durata di 30 minuti, me lo sono perso perché le visioni erano già tutte prenotate.
Ungheria- Progetto “Col tempo” presenta una serie di light box con foto di prigionieri di guerra. Non particolarmente esaltante.
Olanda- “Disorient” di Fiona Tan: una serie di video, di cui uno bellissimo “Rise and Fall”. Anche questa volta un dittico. Una donna anziana torna alle cascate che aveva visitato da giovane. Un’occasione per ricordare il passato. Bellissimo, guardatelo tutto anche se è molto lungo (se clicccate sopra vi accorgerete che nel sito ci sono alcuni minuti dei video e molte foto).



Finlandia- Presenta quest’anno il “Fire & rescue Museum” di Jussi Kivi un artista ossessionato fin da bambino dalla figura del pompiere. Talmente ossessionato da aver realizzato negli anni un vero e proprio museo che contiene centinaia di pezzi riguardando quest’affascinante eroe contemporaneo. Un padiglione che mi lascia indifferente e perplessa.



Danimarca e paesi nordici – Una installazione molto elegante quest’anno. Una casa arredata all’ultimo grido con aitanti giovanotti sdraiati in amabile ozio. Fuori una piscina in cui galleggia un morto. A metà tra l’esaltazione dello way of life ricco-gay e i primi romanzi di Breat Easton Ellis.



Austria: Ruderal Society: vieni chiuso in una stanzetta piena di erba fino al tetto. Forte odore, astenersi allergici al fieno.
Trascurabili i padiglioni di : Serbia (tappeti di feltro), Egitto, Grecia, Brasile (ancora tappeti), Uruguay (“Critical landscapes” c’è un video di un uomo che fa i versi degli animali, ma per favore), Svizzera.

PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI
Uno spazio quest’anno veramente super caotico. Talmente caotico che non sono neanche riuscita a trovare l’opera di Yoko Ono (dov’era dio mio?) premio alla carriera con John Baldessarri.
Molto divertenti le opere di Andrè Cadere. Esso lascia dei bastoncini colorati appoggiati negli angoli. Una installazione che ha fatto nelle vie della sua città e che replica qui alla Biennale. Che senso ha? Non lo so, è come se l’arte si infiltrasse nella vita di tutti i giorni solo con un piccolo simulacro colorato, un bastoncino. I love it.



Molto spettacolare la grande installazione di Thomas Saraceno che ricostruisce con fili elastici la tela di una vedova nera. Si può attraversarla cercando di non rimanere impigliati.



Hans Peter Feldman realizza una bellissima scultura/installazione con alcuni carillon che girano e proiettano ombre sulla parete di fondo. Riflettendo quest’anno c’è anche una forte presenza di “ombre” nelle opere della Biennale.



Gilbert and George presentano un’opera super minimalista (d’altra parte già avevano loro dedicato un’ampia sala tre edizioni fa, mi pare). Una foto intitolata “We are only human sculpture”, ehm come dire ce n’eravamo accorti…



Simon Starling presenta un video dedicato ai processi industriali, il “ritratto di un’azienda”.
Diverse installazioni site specific di George Adeagbo con ritagli di vecchi giornali che mi sono sembrate terribilmente fuori tempo, sono cose che si vedevano decine di anni fa.
Alcuni bei disegni in lapis di Toba Khedoori.
Una grande sala con enormi fiori di pongo di Nathalie Djurberg che ti fanno sentire un puffo. Francamente mi hanno lasciata abbastanza indifferente, ancora una volta si torna all’infanzia.
Infine vorrei spende due parole sulla scelta di inserire anche alcuni disegni di Gordon Matta Clark. Matta Clark è stato un artista molto importante negli anni ’70 (è morto nel 1978). Il suo lavoro si caratterizzava per interventi architettonici in case diroccate nelle periferie delle grandi città americane. E' famoso per il suo "taglio di edifici", una serie di lavori eseguiti su edifici abbandonati nei quali rimosse artisticamente sezioni di pavimenti, soffitti, e muri. E’ stato eccezionale, un artista avanti di decenni. Io mi chiedo che senso ha proporre alcuni disegni? E’ un artista che avrebbe meritato ben altro spazio e considerazione e magari anche un premio alla carriera (voglio dire se l’hanno dato a Yoko Ono…).

ALLESTIMENTO

Quest’anno l’allestimento è stato molto curato, forse più di sempre. Il ristorante di Tobias Rehberger, il book shop di Rirkrit Tiravanija e lo spazio educational di Massimo Bartolini sono spazi molto belli e funzionali. Complimenti, davvero un ottimo lavoro.

EVENTI COLLATERALI

Sono molti e probabilmente alcuni anche di buona qualità, se fate in tempo non perdetevi a punta della dogana la collezione di Pinault e la statua del ragazzino con la rana che ha dato tanto fastidio ai giornali (Boy with Frog di Charles Ray).

[In mezzo a tanta arte è arrivato il 6 giugno anche Matteo il capolavoro di Marta e Tommy congratulations ai genitori!!!]

Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 20:16 | link | commenti (4)
categorie: biennale di venezia
venerdì, 09 novembre 2007

Ceci n'est pas la Biennale

Una segnalazione al volo, ma doverosissima. Grazie alla Treccani QUI e ripeto QUI, potete vedere tutta la 52° Biennale di Venezia a portata di clic. Mi spiego meglio, il mastodontico progetto, prevede una ricerca per autore o mediante la cartina di tutte le opere. Non solo, ci sono anche numerosissimi video, tra cui (tanto per ricordarne alcuni) AES+F, Bill Viola, Nico Vascellari e Yang Fudong. Insomma, tanta bella roba, davvero.
Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 12:03 | link | commenti (2)
categorie: brevi, biennale di venezia
venerdì, 31 agosto 2007

Le vacanze intelligenti




Dal film ‘Dove vai in vacanza?’ l’indimenticabile episodio ‘Le vacanze intelligenti’ in cui Remo (Alberto Sordi) e Augusta (Anna Longhi), fruttivendoli romani, si fanno convincere dai loro tre figlioli laureati a trascorrere "vacanze intelligenti". Il programma predisposto dai loro ragazzi prevede, oltre a una ferrea dieta, visite ad una necropoli etrusca e alla Biennale di Venezia (del 1978).

-B78, che vor dì?
-Bona
-Bona?

LA VISITA ALLA BIENNALE

Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 09:19 | link | commenti (3)
categorie: video, brevi, biennale di venezia
martedì, 19 giugno 2007

Attacco pirata alla Biennale di Venezia




Un enorme Coniglio Corsaro, alto quasi 6 metri, a bordo di una grande zattera, alato come il Leone di San Marco, e con un occhio coperto dalla classica benda dei pirati, ha attraversato tutto il Canale della Giudecca spingendosi fino ai Giardini, sede ufficiale della Biennale,  da qui - alle 18 circa - ha esploso contro gli edifici della Biennale 52 colpi di cannone. Quindi dalla nave due filibustieri coniglieschi sono scesi sulla terra ferma per issare sui giardini - nel luogo tradizionalmente deputato a ospitare le bandiere delle nazioni -  la Bandiera Pirata, con il logo di un grande Coniglio Vitruviano. L'attacco Corsaro alla Biennale di Venezia è un'operazione di forte carattere spettacolare e simbolico, firmata dal duo di artisti italiani ConiglioViola.
Un vero e proprio attacco al Sistema Arte in quella che è la sua roccaforte più istituzionale!
L'attacco pirata alla Biennale è quindi da leggere come un atto di di riappropriazione - benchè ironico e provocatorio - nei confronti di un Sistema dell'Arte che spesso viaggia con un occhio "bendato". Che a guidare l'attacco pirata sia un Coniglio Alato -animale simbolo della "codardia"- non è affatto un caso visto che il Leone Alato, che dovrebbe rappresentare invece il coraggio - pare aver smesso di  ispirare scelte e azioni eroiche!
In tutte le culture e le mitologie gli animali svolgono un ruolo particolare di mediazione tra l'umano e il trascendente o, comunque, tra identità e alterità. In "Alice in Wonderland" di Lewis Carroll al Bianconiglio è attribuita nei confronti di Alice la stessa funzione di guida nel passaggio tra due dimensioni spazio-temporali diverse.
Questo è il ruolo che il duo ConiglioViola (Fabrice Coniglio & Andrea Raviola) ha fatto proprio all'interno della propria ricerca intorno all'arte contemporanea: l'investigazione sui confini sempre più incerti dei vari ambiti della creatività e, al tempo stesso, la creazione di mondi surreali e completamente autonomi. Le operazioni di ConiglioViola risultano così essere difficilmente catalogabili, in qualche modo eccentriche rispetto al sistema arte. Non so, a me paiono due shynati.



Tutte le foto

www.coniglioviola.com
Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 12:08 | link | commenti (8)
categorie: brevi, biennale di venezia
mercoledì, 13 giugno 2007

Yang Fudong ‘Seven Intellectuals in Bamboo Forest’



Si tratta di una serie di 5 video, presentati per la prima volta tutti insieme alla Biennale di Venezia (2007), tutti rigorosamente girati in bianco e nero, realizzati dal 2003 al 2007. La lunghezza della serie (circa 4 ore) e la divisione in 5 parti non possono non ricordare il ciclo dei Creemaster di Mattew Barney. Simile lo ‘sforzo’ per chi desideri vedere tutto il ciclo, che in alcuni punti risulta molto lento e a tratti insostenibile. Simile anche la potenza iconica delle immagini che Fudong riesce a creare, che risulteranno indimenticabili per chi abbia la pazienza e la voglia di arrivare fino alla fine, sedendosi per terra nelle oscure ma morbide salette video.
Yang Fudong (Pechino, 1971), vive e lavora a Shanghai. Dopo gli studi di pittura all’Accademia di Belle Arti di Hangzhou, inizia una produzione che spazia dalla fotografia al video e al cinema. Il giovane artista cinese si è imposto all’attenzione internazionale dalla fine degli anni Novanta con le prime mostre e con la presentazione dei suoi cortometraggi e film. Considerato uno dei principali protagonisti della nuova generazione, l’artista prende in considerazione criticamente le contraddizioni del proprio Paese, e in particolare l’incontro-scontro tra la tradizione millenaria e la vertiginosa accelerazione socioeconomica della Cina.


 

Nella prima parte i sette intellettuali (cinque uomini, due donne) si arrampicano sulla cime della  Yellow Mountain. Vestiti da Dandy sofisticati, si perdono in discussioni malinconiche sui loro sentimenti e le loro irrisolte storie d’amore. Come in Picnic at Hanging Rock, si addentrano sempre di più nella foresta fin quasi a perdersi. Il chiaro /scuro è portato all’estremo e i sette personaggi  vengono inquadrati in primissimo piano mentre guardano altrove. Languidi, trasognati si baciano, come oscuri fantasmi sfocati si abbracciano disperati cercando l’uno nell’altro un conforto che non sembrano trovare. Oltre a una evidente ispirazione all’iconografia del romanticismo europeo, sembra che Fudong si accosti al cinema di Wong Kar-way con le sue storie d’amore impossibili. (Se devi partire tra una settimana sii il mio amante per una settimana, se devi partire domani sii il mio amante oggi, se devi partire tra un minuto, sii il mio amante adesso). Le ragazze annusano gigli bianchi e si annodano nervosamente i fazzoletti al collo.


Nella seconda parte l’azione si sposta in una casa di legno. Il sesso diventa l’argomento principe dei loro discorsi. I Seven si accoppiano più volte stancamente come distrutti da un nichilismo cosmico. Fanno il bagno insieme. Forse si picchiano.



Nella terza parte i sette viaggiatori, valigia alla mano, si spostano nella campagna cinese dove lavorano duramente per costruire risaie, immersi nel fango fino al ginocchio. Dal terzo episodio in poi nessun pronuncerà più una sola parola. In campagna i sette intellettuali ritrovano come un contesto idilliaco, un’arcadia cinese. Il giorno è dedicato al lavoro, la notte si studia alla luce di una candela e ci si prende cura gli uni degli altri. I piedi affondano nel fango infinito ma una sorta di calma sembra invadere tutti, cinematograficamente è la parte più ‘realistica’. Il video finisce con l’uccisione del bue che ci aveva guardati per lunghissimi minuti con i suo occhi dolci e liquidi. Il taglio della testa è un’immagine abbastanza forte.



Nella quarta parte i sette viaggiatori si recano in riva al mare e iniziano la loro vita di pescatori. Raccolgono alghe e polipi che mettono a seccare su lunghi fili. Il surrealismo sembra il carattere distintivo di questo segmento. Ma i sette viaggiatori sono ancora inquieti e tristi e forse qualcuno comincia ad impazzire. Dopo un bagno finale liberatorio in cui tutti si spogliano e urlano al cielo sono nuovamente pronti a partire.


Nella quinta e ultima parte i sette intellettuali tornano in città. Vengono descritte le industrie di estrazione  del metallo, le discariche, la ferrovia. I sette alloggiano questa volta in un lussuosissimo hotel. Le due ragazze intrattengono gli altri con sensuali balli occidentali. Si balla immersi nella nebbia al suono del silenzio più totale. Alcune parti sono accompagnate dalla musica. Sul tetto si gioca a Baseball. L’applauso finale dei 100 cuochi lascia perplessi e sbigottiti, mi ha ricordato la foto finale all’Overlook Hotel di Kubrikiana memoria.


Le parole di Yang Fudong
“Il film Seven Intellectuals in Bamboo Forest si basa sulla storia di sette brillanti intellettuali delle antiche dinastie cinesi Wei e Jin- Ji Ruan, Ji Kang, Tao Shang, Liu Ling, Yan Ruan, Xiu Xiang e Wang Rong erano all’epoca celebri poeti e artisti. Aperti e insubordinati, si riunivano a bere nella foresta di bambù cantando e suonando strumenti cinesi tradizionali nella speranza di sottrarsi alla vita terrena. Perseguivano l’individualità, la libertà e la licenziosità. Il loro notevole talento e la loro grande passione ne fecero un famoso gruppo della storia cinese. La prima parte narra del loro lungo viaggio alla Montagna Gialla. Ai sette giovani, molto toccati dal magnifico panorama, vengono in mente pensieri di ogni sorta sulla vita. La seconda parte mette in mostra l’angusta vita urbana di una metropoli rumorosa come Shangai. I sette giovani vivono nella città ma danno l’impressione di avere pochi contatti con il loro ambiente urbano. Nella terza parte questi sette giovani tentano di cambiare la loro identità e di vivere una vita diversa. Scelgono di abitare nei villaggi della Cina sud-occidentale, dove possono avvicinarsi di più alla natura e al loro cuore. La quarta parte ruota attorno all’idea di vivere su un’isola senza nessun altro per evitare la confusione dell’affollata metropoli. Nelle leggende cinesi si narra di un’isola di fiori di pesco: il luogo ideale in cui vivere, dove i pensieri possono volare liberamente. La quinta parte narra il ritorno in città e alla realtà. Noi viviamo nella città e ne facciamo parte. Se sorge un problema siamo in grado di risolverlo.”

 

Le parole di Robert Storr
“Chi rivolge per la prima volta lo sguardo alle possibilità dell’arte in generale e attraverso la pratica della pittura in particolare, solo di rado si lascia del tutto questo mezzo espressivo alle spalle. Tuttavia, negli ultimi decenni orde di giovani talenti l’hanno abbandonata per dedicarsi a mezzi espressivi concettuali, installativi, performativi, fotografici e di altro tipo. Inoltre, il loro numero crescente è stato citato dai critici per sostenere la tesi che la pittura sta rapidamente giungendo al termine della sua storia. Yang Fudong, artista residente a Shanghai che lavora con una vasta gamma di formati ma deve la propria fama soprattutto alla sua attività di cineasta, potrebbe in apparenza esemplificare questa tendenza, si è infatti laureato in pittura presso l’importante Accademia di Hangzhou. Tuttavia la premessa del suo progetto cinematografico ‘Seven Intellectuals in Bambolo forest’ è una carrellata  in un classico paesaggio cinese e una dimostrazione che i precedenti pittorici gli sono rimasti in mente quanto i suggestivi film romantici degli anni venti o tenta cui ha già fatto spesso riferimento in passato. Presentata per la prima volta nella sua interezza alla Biennale di Venezia, con le sue ambientazioni poetiche, il ritmo languido, lo stato d’animo generalmente elegiaco e in alcuni casi un erotismo sorprendente, al serie evoca alcuni dei tropi principali dell’opera di Yang Fudong. Un effetto analogo sortiscono i contrasti forti ma magnificamente sfumati della sua incantevole fotografia in bianco e nero, come pure quelli tra l’alone lievemente antiquato della messinscena e l’aspetto malinconico ma pienamente contemporaneo dei suoi giovani attori. Il titolo basta da solo ad indicare la rotta di questa estesa meditazione sulla nostalgia, di un luogo, di una cerchia di amici intimi, del legame con la tradizione, di uno scopo trascendentale, mentre lo sfondo implicito della Cina moderna e i suoi singolari connubi di collettivismo e imprenditorialismo, le sue città fiorenti e brulicanti e il ricordo della società contadina e dell’esilio rurale dell’intellighenzia durante la rivoluzione culturale, mettono in rilievo anche maggiore ogni quadro, ogni simbolo, ogni gesto mostrato dai lenti  movimenti della cinepresa. Dal momento che la trama si articola in cinque capitoli distinti, a ciascun episodio è stato assegnato uno spazio diverso al centro delle corderie, anche se, come in una poesia divisa in strofe le cui immagini fioriscono quando le si rilegge separatamente dalla narrazione principale, ogni capitolo può essere gustato da solo e, come un rotolo di pergamena, scorso indietro e avanti per cogliere nuovamente le epifania presenti in ogni dettaglio.”

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categorie: video, biennale di venezia, monography
lunedì, 11 giugno 2007

La Biennale di Venezia 'Pensa con i sensi, senti con la mente'



La Biennale di Venezia è un evento estremamente dispersivo, e se è vero che si deve vedere tutto, è vero anche che non tutto ci colpisce allo stesso modo. La sensibilità personale di ognuno di noi rimane affascinata ogni volta da qualcosa di diverso. Questa è la mia quarta Biennale, propongo qui un’esposizione di quello che, come in un flash abbagliante sulla retina, mi è apparso come particolarmente interessante, quello che di sicuro non mi dimenticherò. Potrete quindi confrontare in seguito le vostre personali impressioni. Il tema di quest’anno è sicuramente la guerra, al di là del generico titolo che non dice niente, la Biennale del 2007 è letteralmente piena di foto, installazioni, disegni, performance che vogliono farci riflettere su questo tema, se ne avverte la presenza come un invisibile ‘convitato di pietra’.

 

GIARDINI

Grande successo del Padiglione della Russia con un video 3D del gruppo AES+F dal titolo ‘Last Riot’: bellissimi adolescenti efebici sono ripresi nell’atto di picchiarsi con katane, mazze da golf e da baseball, dalla loro pelle perfetta però non stilla neanche una goccia di sangue. Simboli della guerra li circondano: carri armati, missili, sottomarini, missili, aerei, navi da guerra, tank, astronavi aliene come un immenso luna park della morte, a commento la musica maestosa di Wagner.
Tracey Emin, nel Padiglione della Gran Bretagna ha portato i suoi acquerelli infantili, i suoi ricami delicati, i suoi eterei corsivi al neon, un riscoperta della femminilità.
Il progetto di Sophie Calle (la reginetta dei cuori infranti) per il Padiglione francese, è un’immenso ‘esercizi di stile’ di quenesiana memoria. Sophie ha chiesto a 107 donne di commentare, analizzare, recitare, ballare, una lettera di rottura da lei ricevuta da un non ben precisato amante. Spiccano le performances di Jeanne Moreau, Miss Kittin, Peaches impegnata in una selvaggia danza tribale, e una sorprendente Littizzetto che fa veramente ridere tutti. Il padiglione coreano è molto divertente e quasi ‘fumettistico’ con il progetto ‘Helmet’. Stupendi gli wall drawing del padiglione Austria di Herbert Brandl, immensi oceani di colore in cui immergersi e rigenerarsi.
Nel Venice Pavillion il commovente omaggio a Vedova di Baselitz, stupendi quadri bianco-nero, ai lati si possono anche vedere dei video di Ketty La Rocca, Art/Tapes e Marina Abramovich che risalgono a diversi anni fa, ma che vi consiglio di non perdere.
Non male la pelle-cera della Repubblica Ceca, deludente il Canada e assolutamente da evitare il Padiglione tedesco, le due ore di coda sotto il sole per vedere i ridicoli pupazzetti della Isa Genzken, risparmiatevele.  Il Belgio porta una riflessione naive sul labirinto e la danza. Molto impegnato il Giappone che porta i ‘frottage’ (matita sfregata sulla carta, per far apparire cosa c’è sotto) di Masao Okabe che ha ritratto le pietre del quartiere di Ujina della città di Hiroshima, un importante porto militare, ‘Is there a future for our past? The dark face of the light’. Il padiglione del Nord Europa (n.1) presenta varie installazioni tra cui tre bagni con i colori della bandiera francese e l’inno nazionale in loop (?). Fuori sulla destra il progetto ‘Welcome to Bagdad’, in cui si propone la città come meta di viaggi turistici con tanto di volantini, poster e video promozionali.
Una considerazione  a parte per il Padiglione Egiziano, sono anni che presentano cose ridicole e  inguardabili, me ne chiedo tutt’ora la ragione.

PADIGLIONE ITALIA

Un po’ di confusione quest’anno tra vecchio e nuovo, col vecchio che sembra mille volte meglio del nuovo aimè. Torna Sophie Calle con una stanza dedicata alla madre morta. Tirate fuori i fazzoletti: lo stesso giorno in cui Sophie ha saputo che doveva esporre alla Biennale, è venuta anche a conoscenza che alla madre restava un mese di vita. In quell’occasione la madre commentò ‘ Io non ci sarò’, e invece grazie a Sophie adesso c’è. Una stanza dedicata a Bruce Naumann con le sue due Venice Fountain, ironico e ‘sempre insuperato’. Benvenute le opere di Kelly che in mezzo al bailamme generale spiccano per la loro pulizia, il loro stile minimal inconfondibile. Stupendi i due wall drawing di Sol LeWitt, un genere per cui, devo ammetterlo, ho un debole. Mi sono persa il video di Steve Mc Queen che dice sia bellissimo, non fate come me.


 

 

ARSENALE

Vero protagonista dell’Arsenale è il videoartista cinese Yang Fudong con la sua serie di 5 video ‘Seven intellectuals in Bambolo Forest che però merita un post a parte.
Yto Barrada propone una riflessione sulla ‘botanica del potere’, in Marocco anche i fiori degli alberghi per turisti diventano protagonisti di una polemica politica. Affascinanti gli accostamenti di Leòn Ferrari che unisce le foto delle torture dei soldati americani sui prigionieri irakeni alle illustrazioni infernali della Divina Commedia di Gustav Dorè, la somiglianza delle pose e dei gesti fa accapponare la pelle.  Bello il video di Paolo Canevari con un bambino che gioca a calcio a Belgrado in un quartiere distrutto dalla guerra.
Yang Zhenzhong presenta diversi video in cui le persone vengono riprese mentre dicono ‘io morirò’, l’artista ci fa riflettere sul fatto che tutti stiano ‘recitando’ spesso ridendo o atteggiandosi, ma quello che dicono è la verità, comunque irresistibile il finto-centurione romano ripreso sotto al colosseo.
Gabriele Basilico porta una serie di foto su Beirut, Emily Prince ha ‘ridisegnato’ centinaia di fototessere di soldati morti in guerra, Ignasi Aballì presenta interminabili liste di morti ritagliate dai giornali. Più interessante il lavoro di Oscar Munoz che presenta dei video in cui disegna su carta velina il volto di persone (anche questi morti) con un pennellino intinto nell’acqua. A poco a poco i loro volti ‘evaporano’, come succede nella nostra memoria.


Bei video di Margaret Salmeròn in particolare il suggestivo ‘Ninna nanna’, e molto bello il video di Sophie Whettnall ‘Shadow Boxing’ in cui un pugile si allena a pochi centimetri dal volto di una ragazza che rimane immobile, una riflessione sui rapporti interpersonali e sulla comunicazione.


Completamente avulso da questo contesto il divertentissimo progetto di Christian Capurro, l’artista presenta un numero di Vogue, le cui pagine sono state cancellate a mano da decine di persone che avevano il compito di indicare sulla loro pagina il tempo necessario a cancellarla e quanto volevano essere pagati, un riflessione sul valore che diamo al nostro tempo e su come lo usiamo. Tra la stanza dei neon di Jason Rhoades e i dischi dei Beatles appesi di Yukio Fujimoto arriviamo al padiglione turco, insignificante, con ‘Don’t complain-Non lamentarti’, anche il tanto discusso Padiglione Africano (curato dal gallerista Sindika Dokolo arricchitosi grazie alla dittatura sanguinaria di Mobutu) non mi ha particolarmente colpito, ma essendo proprio alla fine del mio percorso forse meritava maggiore attenzione, una cosa è certa il quadro di Basquiat strideva come unghie sulla lavagna.
E infine arriviamo ai due italiani, molto belle le sculture di linfa del ‘boscaiolo’ Giuseppe Penone, il pavimento di marmo su cui poggiano è stato scolpito con le venature di un tronco, ma come avrà fatto? L’arte povera ha sempre un potere profondo, magnetico, istintivo.


Carini anche i divertissement video ‘Democrazy’ di Francesco Vezzoli (di cui però avevo molto più amato ‘Trailer for the remake of Gore Vidal’s Caligola’ di due anni fa). Sharon Stone e Bernard-Henry Lévy ‘recitano’ la parte di candidati in lizza per entrare alla casa bianca con lo slogan ossessivo ‘Make America strong’.

 

 

PERFORMANCE

Indimenticabile la performance dell’italiano Nico Vascellari ‘Revenge’. Immaginatevi un’immensa parete di legno in cui sono incassati 39 stereo Marshall accesi al massimo della potenza. Quando entrate nella stanza che ha le pareti rigorosamente nere, una vibrazione sonora potentissima investe ogni singola cellula del vostro corpo, un sensazione bellissima quasi ‘erotica’. Sarei rimasta lì dentro per sempre, peccato che il tutto per ovvi motivi è durato solo 15 minuti. Questa la descrizione dell’artista: [Il suono che scaturirà dagli amplificatori durante la performance e l’installazione viene comunemente definito feedback. La retroazione (feedback) è la capacità dei sistemi dinamici di tenere conto dei risultati del sistema per modificare le caratteristiche del sistema stesso. Usando termini propri della teoria dei sistemi, in un sistema retroazionato l’uscita del sistema è anche l’ingresso del sistema. Nello specifico si parla di EFFETTO LARSEN: il suono amplificato in uscita da un altoparlante ritorna al microfono che lo ha generato, si avverte un acuto sibilo o una vibrazione grave continua. Questo è dovuto al fatto che il suono che entra nel microfono viene amplificato e mandato agli altoparlanti: se questo ritorna al microfono, si forma una retroazione positiva che lo amplifica all’infinito.]

 

COLLATERAL EVENTS

L’ultimo giorno trascinandomi dietro il pesantissimo catalogo riesco a vedere ‘Ocean without a shore’ il nuovo video di Bill Viola, nella chiesa di San Gallo (vicinissimo alla piazza di San Marco). Tre schermi sono posizionati sopra tre altari. Donne e uomini di diverse età appaiono in lontananza come piccole ed insignificanti figure in bianco e nero. Si avvicinano a noi e nel momento in cui attraversano una parete di acqua, con un gran fragore acquistano colori molto accesi e lo spettatore può leggere sui loro volti il loro personale e privato stato d’animo. Un’ora di coda vale sicuramente la pena per vedere la suggestione e l’assoluta perfezione tecnica che contraddistinguono questo grande artista, si resta sbigottiti. Nel catalogo leggo che per Bill Viola questa è una riflessione sulla presenza dei morti nella nostra vita e mi sbigottisco ancora di più.


 

OUTSIDE INSTALLATIONS

Daniel Buren assai sotto tono, molto divertente il progetto MORRINHO, vicino all’entrata dei giardini, un’immensa parete realizzata con mattoncini colorati, per simboleggiare le Favelas. Morrinho in realtà è un gioco, con regole ben precise, un video le spiega.


 

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categorie: biennale di venezia