Ho sempre amato tantissimo questa foto per una serie molto lunga di motivi. E' la foto che Jeanloup Sieff scattò a Yves saint Laurent nel 1971 per pubblicizzare il profumo dello stilista.
Breve segnalazione per il blog di Richard Saja un artista che sostanzialmente con ago e fili colorati ridisegna le antiche stampe industriali che si trovano in commercio a poco.
Come non amarlo subito?
Nonostante siano passati circa quarant’anni dalle prime esperienze della Body Art, questa corrente artistica mantiene ancora una grande forza nonostante non abbia sostanzialmente molto rinnovato i suoi concetti di base (un po’ come accade anche per la pop art contemporanea Takashi Murakami ecc ecc).
Il corpo è la magnifica ossessione del secolo in cui stiamo vivendo, dai tour di Madonna ad Hannibal Lector senza passare dal via. «Il corpo postmoderno è prima di tutto un recettore di sensazioni: assorbe e assimila esperienze, e la sua attitudine e capacità ad essere stimolato lo trasforma in uno strumento di piacere. La presenza di una tale attitudine/capacità è chiamata “benessere” (fitness); al contrario, lo stato di “mancanza di benessere” significa debolezza, indifferenza, svogliatezza, depressione, apatia verso gli stimoli; oppure indica una sensibilità limitata e un’attitudine “sotto la media” verso nuove sensazioni ed esperienze»: così dichiarava Zygmunt Bauman, nel suo libro La società dell’incertezza.
Nei video di Arlen il montato racconta di dissolvenze fra frames di paesaggi fluviali e scene all'interno delle quali sul proprio volto inquadrato in primissimo piano, Arlen applica una sostanza composta da cibo per uccelli. Il piccolo volatile attratto da questo pasto si avvicina al viso dell'artista iniziando a mangiare direttamente da questo, mentre una voce fuori campo, presumibilmente quella di Austin, fa da cornice a questo rapporto fra lui e l'animale. Quasi un estasi pervade il volto dell'attore in questa prostrazione dell'uomo nei confronti dell'animale, determinata da una volontà di stabilire un rapporto di forte complicità nei confronti della bestia, come se ci fosse un'attrazione alchemica fra i due.
Le performance di Arlen dopo un primo impatto che può provocare una reazione di sbigottimento e sicuramente anche disgusto, stimolano sicuramente il desidero di guardare ancora. L’essere umano spesso da importanza a cose a cui altri prima di lui hanno conferito un’alta simbologia reale o metaforica che sia. Nell’arte vige la stessa legge. Se un artista mette se stesso completamente in quello che fa e dona una grande importanza a una determinata azione o oggetto, ecco che questa sua azione o creazione iniziano a rivestire una grande importanza anche per altri. Guardando i video di Arlen è tale il suo abbandono che risulta difficile non sentirsi coinvolti.
Questo desiderio di empatia totale con l’ “altro” che non a caso è un animale, mi pare trovi un paragone necessario con la celebre performance di Joseph Beuys, I like America and America likes me (1974). Una lunga azione di Beuys che dalla Germania volò a New York, si fece portare in ambulanza nella galleria Renè Block e qui trascorse tre giorni in una grande gabbia vuota insieme a un coyote. La performance si focalizzava proprio sul rapporto dell’artista con l’animale selvaggio, figura totemica degli antichi abitanti delle praterie, simbolo di un mondo scomparso. Beuys, avvolto in una coperta di feltro e provvisto di altri suoi segni identitari – cappello, gilet e bastone da bastone eurasiatico – incarnava una presenza silenziosa che progressivamente veniva accettata dal coyote: tra uomo e animale si stabiliva una comunicazione che assume il senso di una riconciliazione tra natura e cultura.
In fondo pensandoci bene non deve essere poi così spiacevole farsi camminare sul corpo dei piccoli volatili, forse però Hitchcock non sarebbe d’accordo.
Massimo Baldini, 18 luglio 1947 - 10 dicembre 2008
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Nell’appressarsi l’ora che i fati con il consenso di Dio avevano prescritto il termine ultimo del signor nostro ognuno di noi scordandosi di se medesimo piangeva rammaricandosi che la sorte avesse senza ragione portato a morire nel maggior bisogno della guerra un così nobile e valoroso capitano
Con l'imminente arrivo del Natale e delle feste comandate proseguono le riflessioni sui riti familiari, in un post che può dirsi diretto fratello del precedente.
Celebraciòn (ricorrenza) è un lavoro iniziato da Greta Alfaro nel 2006 a Città del Messico per una borsa di studio che l’artista svilupperà in seguito presso Casa de Velázquez (Madrid) all’interno di un programma di residenza per giovani artisti.
In questo lavoro Greta Alfaro parte da fotografie che ha trovato nei mercatini di seconda mano delle città dove ha abitato o che ha visitato, scatti anonimi fra gli anni '50 e '80 che raccontano compleanni, battesimi, pranzi di famiglia, ricorrenze in case private di diversi paesi del mondo. Partendo da questi scatti l'artista interviene inserendo in ogni immagine, con discrezione ma senza pudore, un particolare che smaschera situazioni di conflitto.
La fotografia di un felice brindisi dove non tutti possono avere in mano la coppa per brindare o un ritratto di gruppo intorno ad un tavolo alla fine di una festa dove in primo piano appare una signora che sembra avere un'ecchimosi violacea su una guancia.
Due adorabili vecchietti posano mentre alle loro spalle intravediamo preoccupanti quadri con torture medievali.
Un signore afferra per il collo affettuosamente forse la moglie, ma qualcuno non gradito a tavola sbircia di nascosto dalla porta semichiusa.
Una tavola apparecchiata senza commensali lascia intravedere un pranzo interrotto all'improvviso: sul tavolo un bicchiere rotto, del vino rovesciato, strumenti medici, medagliette religiose, biancheria intima e altri oggetti ci parlano di misteri che Greta Alfaro non svela ma lascia al nostro immaginario e alla nostra interpretazione.
Ancora una volta sono i dettagli che fanno la differenza in foto che ricordano gruppi familiari non sempre rassicuranti come in “Il grande freddo” di Kasdan o “Shining” di Kubrik o magari anche “Rosemary’s baby”.
Greta Alfaro non si limita a recuperare queste foto e a modificarle con piccoli ma significativi e inquietanti dettagli, costruisce anche ambienti piccolo o medio borghesi in piena regola dove esporre questi lavori, vere e proprie installazioni site-specific.
Questo il BLOG dove potete trovare anche un’ampia gallery fotografica.
La scena che vedete qui sopra rappresenta un’immagine del nuovo video dell’artista belga HANS OP DE BEECK “Celebration” visibile per intero sull’home page del suo sito web.
Girato in Arizona, il video offre allo spettatore la visione frontale di una tavola imbandita che trova collocazione, decisamente improbabile, all’interno di un paesaggio fatto di rocce imponenti, terra arsa dal sole e cactus. La scena è costruita come un vero e proprio tableau vivant dove l’unico movimento è dato dal vento che smuove la tovaglia. Anche il tempo sembra immobile, fermo a quell’attimo che anticipa la celebrazione di un matrimonio. Tutto è pronto, i festeggiamenti stanno per iniziare, eppure, minuti dettagli affatto trascurabili, tradiscono l’inevitabile consumarsi di una tragedia. Il video trasmette un senso di vuoto, come se la festa dovesse necessariamente trasformarsi in tragedia.
Hans Op de Beeck nasce a Turnhout nel 1969. Vive e lavora a Brusseles. L’artista costruisce e mette in scena luoghi urbani e famigliari, contemporanei e fittizi, situazioni e personaggi che risultano estremamente familiari allo spettatore: angoli isolati dedicati alla riflessione o spazi affollati, talvolta popolati da goffi personaggi che in parte ci mostrano come viviamo oggi, i percorsi che seguiamo e il modo in cui cerchiamo, con grande inettitudine, di gestire il tempo, lo spazio e gli altri. Incomunicabilità, attesa, perdita sono i temi che ricorrono nelle opere dell’artista belga. Una vena melanconica sembra accompagnarlo così come un gusto romantico che si codifica nella ripresa di alcuni stereotipi di rappresentazione del romanticismo che Op de Beeck reintroduce come valori attuali.
Sono assolutamente convinta del fatto che viviamo immersi nelle stesse immagini. Le immagini, e quindi i video, grazie al web sono ormai alla portata di tutti in tutto il mondo nello stesso momento. Può dunque capitare che immagini e video in contesti assolutamente diversi si possano direttamente o inconsciamente influenzare a vicenda.
Il video di Op De Beeck mi ha ricordato una situazione simile. La situazione a cui ho pensato è il Massacro ai due pini, capitolo iniziale del film Kill Bill vol.2. Anche lì abbiamo una chiesa, dei preparativi per un evento molto felice (uno dei più felici nella vita di un uomo o di una donna), evento che però è destinato a non realizzarsi mai anche se, di fatto, tutto è già pronto.
Non è neanche un caso che ultimamente molti film hollywooddiani raccontano storie di matrimoni che fanno molta fatica a concludersi con l’happy end o neanche vengono celebrati o comunque sono luoghi in qui spesso vengono alla luce tensioni rimosse per molto tempo (Margot at the wedding, Rachel getting married solo per citarne due).
Io non so se Hans Op De Beeck sia un fan di Quentin Tarantino, o se invece non ha mai visto questi film, il parallelismo secondo me però funziona eccome.