





Nata a Winnipeg, Manitoba, Canada, nel 1962, Laura Letinsky ha studiato fotografia prima all’Università di Manitoba (1986), e poi alla Yale University School of Art (1991). Ha esposto a livello internazionale: Museum of Modern Art, New York; Art Institute of Chicago; Casino Luxembourg; The Netherlands Foto Institute; Canadian Museum of Contemporary Photography, Ottowa; e San Francisco Museum of Modern Art fra gli altri. Le sue fotografie sono presenti in importanti collezioni di arte contemporanea come



Quando ero piccola avevo un babbo che era come un sovrano illuminato in stile Federico II. Era molto severo, però mi comprava tantissimi libri e mi faceva giocare con una certa disinvoltura con i suoi dischi preferiti. Mio padre da giovane aveva il mito dei Beatles, lui e suo fratello risparmiavano i soldi per comprarsi i dischi e poi veniva tutto il paese a sentirli. E così io crescevo guardando la copertina del Sergent Pepper e chiedendomi chi fossero mai tutti quegli strani personaggi colorati che si erano dati appuntamento per una festa, immaginavo. Mi faceva tanto ridere la copertina di Abbey Road, ‘quel signore è molto distratto’, ridevo, ‘non si è accorto che ha perso le scarpe!’. Nello stesso periodo leggevo gli Istrici i libri pubblicati dalla Salani per i bambini ‘per pungere la fantasia’ c’era scritto sul retro. E devo dire che mi hanno proprio punto, libri come Il fantasma di Thomas Kempe o i libri di Roal Dahl, il GGG, le Streghe, Gli Sporcelli, hanno segnato per sempre la mia vita e il mio modo di vedere le cose.

Un artista che mi ha veramente molto influenzato nei primissimi anni della mia vita è stato sicuramente Peter Spier. I suoi libri sono stati pubblicati quasi tutti negli anni ’80 dalla Mondadori. Peter Spier è nato ad Amsterdam ma si è trasferito in America. Ha disegnato libri diversissimi, alcuni religiosi ‘L’arca di Noè’, altri storici come ‘London Bridge is falling down’, ‘We, the people’ (sulla costituzione americana), o il bellissimo ‘Tin Lizzie’ la storia attraverso un secolo di una delle prime auto costruite dall’uomo. Nelle sue storie sono quasi sempre protagonisti dei bambini che vivono le avventure più impensabili nello stretto confine tra fantasia e realtà. La caratteristica affascinante nello stile di Peter Spier è che riesce sempre a raccontare le cose quasi senza usare i dialoghi, con le sue delicatissime immagini acquerellate, con poesia mai banale. In ‘Natale’ uno dei suoi libri più didascalici si racconta la storia di una famiglia alle prese con l’arrivo del Natale e le attività tradizionali di una famiglia come tante, nell’ultima immagine però Spier descrive con una grande tavola tutti i rifiuti accatastati nel cassonetto, carte, luci, e anche l’albero di Natale a testa in giù, un’immagine molto eloquente. L’ironia nei suoi racconti è sempre al primo posto, c’è sempre un ribaltamento degli avvenimenti che crea situazioni di incredibile comicità.

In un libro davvero indimenticabile ‘Giallo, rosso, verde, blu’ quattro bambini, partiti i genitori andati a trovare i nonni, decidono di dare una mano per ridipingere la casa. Si recando dunque in garage, tirano fuori tutti i barattoli di vernice che riescono a trovare e si accingono all’opera. Il lettore non vede mai la casa nell’insieme, vede solo i bambini intenti nel loro lavoro.




Solo alla fine, dopo essersi fatti un bel bagno ed essersi cambiati d’abito, i quattro protagonisti col cane e il gatto siedono soddisfatti nel prato davanti alla casa osservando il risultato del loro faticoso lavoro, mentre i passanti additano la loro ‘opera’. Non sapremo mai quale sarà la reazione dei genitori al ritorno dalla gita.
In ‘La pioggia’ due bambini con il loro cane sperimentano il cambiamento degli ambienti a loro familiari durante un temporale.

Un altro libro assolutamente pazzesco è ‘Crash, Bang, Bum!’, in cui Spier ‘disegna’ i rumori, in quella che è una delle più incredibili operazioni della storia dell’illustrazione, centinaia di rumori vengono minuziosamente descritti da una didascalia onomatopeica estremamente realista. Se vi chiedete come questo sia possibile dovete riuscire a procurarvi il libro perché è impossibile da descrivere.

Il libro che forse mi resterà per sempre nel cuore è ‘Uffa che barba’ (Bored, nothing to do), storia di due biondi gemelli che pur possedendo quintali di giochi di ogni genere si annoiano a morte. Dopo che la mamma li ha ‘buttati’ fuori di casa, prendono l’insana decisione di costruire un’aereo. Per fare ciò saccheggiano la casa e il garage, usano tutto quello che si trova a portata di mano: lenzuola buone, vetri, il motore dell’auto, assi di legno, le ruote della carrozzina del fratellino, i cavi del telefono. Alla fine l’aereo si alzerà in volo sopra le teste dei genitori sbalorditi e arrabbiatissimi. I gemelli andranno a letto senza cena dopo aver rimesso a posto tutto quello che avevano usato.





Il mondo di Peter Spier è un mondo affettuoso, con una cura infinita per i più minimi dettagli e di poesia, avvicinabile all’opera di Jiro Taniguchi. Peter Spier con i suoi libri delicati e divertenti sembra volerci dire che il processo creativo è soprattutto un processo di distruzione del mondo per come lo conosciamo, è indispensabile una ‘pars destruens’, per riscrivere le regole e dare il via alla fantasia più selvaggia. Nei suoi esilaranti racconti non si deve aver paura di osare, il peggio che può capitare è di andare a letto senza cena!!!
«If printers ever get really big, like a twenty by thirty
or thirty by forty, than it would really be great»
Andy Warhol

Due importanti eventi su Odyssey (http://slurl.com/secondlife/Odyssey/122/45/25/) questo venerdì notte alle ore 11 (sabato at 8 AM PDT), una performance di Eva e Franco Mattes (aka 0100101110101101.ORG, di cui abbiamo già parlato qui) che sarà trasmessa live all’Ars Elettronica Festival in Linz. A mezzanotte invece sarà la volta di Adam Nash (aka Adam Ramona in SL) che aprirà ‘Seventeen Unsung Songs’ on East of Odyssey (la sim adiacente) un’occasione per parlare liberamente con l’artista e salvarsi qualche art work for free. Adam Nash crea sculture immersive audiovisuali interattive esclusivamente su Second Life e strumenti musicali random in Flash che sono semplicemente stupendi e delicatissimi e che potete trovare sul suo sito.


Zack Snider, regista del noto

« Noui consilia et ueteres quaecumque monetis amici,
«pone seram, cohibe».
sed quis custodiet ipsos custodes?
cauta est et ab illis incipit uxor. »
Giovenale, Satire, VI, 347
HYPE???

Hussein Chalayan è lo stilista turco-cipriota che ha risvegliato, attraverso la moda, un immaginario fantascientifico degno dell'opera di Verne. Innovativo e concettuale fin dai suoi esordi, dopo aver conquistato per ben due anni di seguito, 1999 e 2000, il prestigioso titolo di "designer dell'anno" durante il British Fashion Award, è in questo momento all'apice della sua maturità artistica. Chalayan, interpretando non tanto l'attualità, quanto il futuro, inventa un nuovo modo di vestire, che si esprime nella sintesi tra design e tecnologia, tra corpo e macchina. Otto anni fa trasformò la passerella in un disvelamento. Le modelle apparivano completamente vestite, poi gradualmente perdevano abiti e peso, fino a rimanere nude e coperte solo da un velo. Il turco-cipriota Chalayan entrò l’anno scorso anche nel tema dell’Islam e del velo, dicendo che nella sua natia Cipro, ma anche in Turchia, poche donne si coprivano il viso, e se lo facevano era per tradizione “folcloristica” e non per motivi legati alla religione.

Quest’anno alle sfilate di Parigi ha ripetuto il numero: al termine di una sfilata basata su abiti corti, trapezodiali, ha messo in campo i microchip. Grazie alla tecnologia l’abito lungo si accorcia, diventa scollato, la giacchina si chiude, compaiono le frange sulla gonna, la sottana si allarga, i pannelli di stoffa ruotano rivelandola sottoveste. Sembrano davvero arrivare dallo spazio le sue modelle che premendo un tasto, azionano un meccanismo che trasforma un elegante lungo da sera, in un più informale e striminzito abitino da cocktail. Cappelli che si allargano, gonne che diventano sempre più ampie, fino alla più grande delle provocazioni. L’ultima modella però resta nuda in scena, con un grande cappello che le ha come assorbito il leggero vestito bianco. Materiali innovativi, calze di lattice lucido, sfere di plastica trasparente a rendere la donna leggera e impalpabile come una bolla di sapone, abiti che si muovono automaticamente simulando l'effetto del vento, cappelli luminosi a forma di ufo, vestiti corti che non brillano di paillettes ma sorprendentemente si illuminano di luce propria.

Regista e musicista, oltre che stilista all'avanguardia, Chalayan è un talento eclettico e poliedrico, ispirato dall'architettura, dalla filosofia e dall'antropologia e ben conscio della propria arte. A soli dieci anni di carriera può già vantare l'esposizione delle sue creazioni in vari musei: dal Tate Modern, al Victoria & Albert Museum, dal Kyoto Costume Institute, al Musée de

Il morphing dell’abito è il punto di partenza per raggiungere la nuova frontiera del vestire. La sfilata di Hussein Chalayan in collaborazione con lo studio 2D:3D ha strabiliato.”Questa collezione è ispirata dal modo in cui gli eventi mondiali nel corso dei secoli hanno influenzato e plasmato il concetto di moda. Gli abiti si trasformano ed evidenziano diverse silhouettes nel corso dei decenni mentre la luce dei cristalli incorporati ne riflette l’evoluzione. E stata pura coincidenza: avevo iniziato pensando al mio desiderio di fondere la storia con la moda quando, parlando con Swarovski, ho scoperto che stavano per celebrare i 111 anni di attività. Perfetto, ho pensato, ecco l’occasione giusta per realizzare abiti capaci di metamorfosi. E’ stato un progetto molto ambizioso e ogni team ha dato del suo meglio: me stesso, i tecnici della 2D:3D e gli esperti della Swarovski. Abbiamo lavorato con entusiasmo ed eccitazione. Le difficoltà sono state superate e il lavoro si è trasformato in piacere e abbiamo investito ogni grammo di energia per fare in modo che ogni cosa fosse perfetta, fino all’ultimo dettaglio”. Lo studio 2D:3D che ha collaborato al progetto ha sede a Londra ed è composto da un pool di studiosi che amano lavorare ed esporsi in gruppo. Sono gli stessi ingegneri che hanno realizzato gli effetti speciali nei film della saga di Harry Potter: I vestiti sono stati realizzati interamente a mano per tre mesi fra progettazione e realizzazione, hanno impegnato le dieci persone dello staff. Ogni abito, tranne l’ultimo in ordine d’uscita, è dotato di uno speciale corsetto. Ognuno di questi ha cucita addosso una serie di tubicini cavi entro i quali scorrono sottilissimi fili, spiegano. Questi a loro volta percorrono l’abito lungo la zona dove avviene la trasformazione e sono attaccati a una specie di rocchetto motorizzato, sistemato sulla schiena della modella. Girando tira il filo, causando l’arricciamento della stoffa.
