


Un video per il week end, so delicious


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Si tratta di una serie di 5 video, presentati per la prima volta tutti insieme alla Biennale di Venezia (2007), tutti rigorosamente girati in bianco e nero, realizzati dal 2003 al 2007. La lunghezza della serie (circa 4 ore) e la divisione in 5 parti non possono non ricordare il ciclo dei Creemaster di Mattew Barney. Simile lo ‘sforzo’ per chi desideri vedere tutto il ciclo, che in alcuni punti risulta molto lento e a tratti insostenibile. Simile anche la potenza iconica delle immagini che Fudong riesce a creare, che risulteranno indimenticabili per chi abbia la pazienza e la voglia di arrivare fino alla fine, sedendosi per terra nelle oscure ma morbide salette video.
Yang Fudong (Pechino, 1971), vive e lavora a Shanghai. Dopo gli studi di pittura all’Accademia di Belle Arti di Hangzhou, inizia una produzione che spazia dalla fotografia al video e al cinema. Il giovane artista cinese si è imposto all’attenzione internazionale dalla fine degli anni Novanta con le prime mostre e con la presentazione dei suoi cortometraggi e film. Considerato uno dei principali protagonisti della nuova generazione, l’artista prende in considerazione criticamente le contraddizioni del proprio Paese, e in particolare l’incontro-scontro tra la tradizione millenaria e la vertiginosa accelerazione socioeconomica della Cina.

Nella prima parte i sette intellettuali (cinque uomini, due donne) si arrampicano sulla cime della Yellow Mountain. Vestiti da Dandy sofisticati, si perdono in discussioni malinconiche sui loro sentimenti e le loro irrisolte storie d’amore. Come in Picnic at Hanging Rock, si addentrano sempre di più nella foresta fin quasi a perdersi. Il chiaro /scuro è portato all’estremo e i sette personaggi vengono inquadrati in primissimo piano mentre guardano altrove. Languidi, trasognati si baciano, come oscuri fantasmi sfocati si abbracciano disperati cercando l’uno nell’altro un conforto che non sembrano trovare. Oltre a una evidente ispirazione all’iconografia del romanticismo europeo, sembra che Fudong si accosti al cinema di Wong Kar-way con le sue storie d’amore impossibili. (Se devi partire tra una settimana sii il mio amante per una settimana, se devi partire domani sii il mio amante oggi, se devi partire tra un minuto, sii il mio amante adesso). Le ragazze annusano gigli bianchi e si annodano nervosamente i fazzoletti al collo.

Nella seconda parte l’azione si sposta in una casa di legno. Il sesso diventa l’argomento principe dei loro discorsi. I Seven si accoppiano più volte stancamente come distrutti da un nichilismo cosmico. Fanno il bagno insieme. Forse si picchiano.

Nella terza parte i sette viaggiatori, valigia alla mano, si spostano nella campagna cinese dove lavorano duramente per costruire risaie, immersi nel fango fino al ginocchio. Dal terzo episodio in poi nessun pronuncerà più una sola parola. In campagna i sette intellettuali ritrovano come un contesto idilliaco, un’arcadia cinese. Il giorno è dedicato al lavoro, la notte si studia alla luce di una candela e ci si prende cura gli uni degli altri. I piedi affondano nel fango infinito ma una sorta di calma sembra invadere tutti, cinematograficamente è la parte più ‘realistica’. Il video finisce con l’uccisione del bue che ci aveva guardati per lunghissimi minuti con i suo occhi dolci e liquidi. Il taglio della testa è un’immagine abbastanza forte.

Nella quarta parte i sette viaggiatori si recano in riva al mare e iniziano la loro vita di pescatori. Raccolgono alghe e polipi che mettono a seccare su lunghi fili. Il surrealismo sembra il carattere distintivo di questo segmento. Ma i sette viaggiatori sono ancora inquieti e tristi e forse qualcuno comincia ad impazzire. Dopo un bagno finale liberatorio in cui tutti si spogliano e urlano al cielo sono nuovamente pronti a partire.

Nella quinta e ultima parte i sette intellettuali tornano in città. Vengono descritte le industrie di estrazione del metallo, le discariche, la ferrovia. I sette alloggiano questa volta in un lussuosissimo hotel. Le due ragazze intrattengono gli altri con sensuali balli occidentali. Si balla immersi nella nebbia al suono del silenzio più totale. Alcune parti sono accompagnate dalla musica. Sul tetto si gioca a Baseball. L’applauso finale dei 100 cuochi lascia perplessi e sbigottiti, mi ha ricordato la foto finale all’Overlook Hotel di Kubrikiana memoria.
Le parole di Yang Fudong
“Il film Seven Intellectuals in Bamboo Forest si basa sulla storia di sette brillanti intellettuali delle antiche dinastie cinesi Wei e Jin- Ji Ruan, Ji Kang, Tao Shang, Liu Ling, Yan Ruan, Xiu Xiang e Wang Rong erano all’epoca celebri poeti e artisti. Aperti e insubordinati, si riunivano a bere nella foresta di bambù cantando e suonando strumenti cinesi tradizionali nella speranza di sottrarsi alla vita terrena. Perseguivano l’individualità, la libertà e la licenziosità. Il loro notevole talento e la loro grande passione ne fecero un famoso gruppo della storia cinese. La prima parte narra del loro lungo viaggio alla Montagna Gialla. Ai sette giovani, molto toccati dal magnifico panorama, vengono in mente pensieri di ogni sorta sulla vita. La seconda parte mette in mostra l’angusta vita urbana di una metropoli rumorosa come Shangai. I sette giovani vivono nella città ma danno l’impressione di avere pochi contatti con il loro ambiente urbano. Nella terza parte questi sette giovani tentano di cambiare la loro identità e di vivere una vita diversa. Scelgono di abitare nei villaggi della Cina sud-occidentale, dove possono avvicinarsi di più alla natura e al loro cuore. La quarta parte ruota attorno all’idea di vivere su un’isola senza nessun altro per evitare la confusione dell’affollata metropoli. Nelle leggende cinesi si narra di un’isola di fiori di pesco: il luogo ideale in cui vivere, dove i pensieri possono volare liberamente. La quinta parte narra il ritorno in città e alla realtà. Noi viviamo nella città e ne facciamo parte. Se sorge un problema siamo in grado di risolverlo.”
Le parole di Robert Storr

GIARDINI
Grande successo del Padiglione della Russia con un video 3D del gruppo AES+F dal titolo ‘Last Riot’: bellissimi adolescenti efebici sono ripresi nell’atto di picchiarsi con katane, mazze da golf e da baseball, dalla loro pelle perfetta però non stilla neanche una goccia di sangue. Simboli della guerra li circondano: carri armati, missili, sottomarini, missili, aerei, navi da guerra, tank, astronavi aliene come un immenso luna park della morte, a commento la musica maestosa di Wagner.
Tracey Emin, nel Padiglione della Gran Bretagna ha portato i suoi acquerelli infantili, i suoi ricami delicati, i suoi eterei corsivi al neon, un riscoperta della femminilità.
Il progetto di Sophie Calle (la reginetta dei cuori infranti) per il Padiglione francese, è un’immenso ‘esercizi di stile’ di quenesiana memoria. Sophie ha chiesto a 107 donne di commentare, analizzare, recitare, ballare, una lettera di rottura da lei ricevuta da un non ben precisato amante. Spiccano le performances di Jeanne Moreau, Miss Kittin, Peaches impegnata in una selvaggia danza tribale, e una sorprendente Littizzetto che fa veramente ridere tutti. Il padiglione coreano è molto divertente e quasi ‘fumettistico’ con il progetto ‘Helmet’. Stupendi gli wall drawing del padiglione Austria di Herbert Brandl, immensi oceani di colore in cui immergersi e rigenerarsi.
Nel Venice Pavillion il commovente omaggio a Vedova di Baselitz, stupendi quadri bianco-nero, ai lati si possono anche vedere dei video di Ketty
Non male la pelle-cera della Repubblica Ceca, deludente il Canada e assolutamente da evitare il Padiglione tedesco, le due ore di coda sotto il sole per vedere i ridicoli pupazzetti della Isa Genzken, risparmiatevele. Il Belgio porta una riflessione naive sul labirinto e la danza. Molto impegnato il Giappone che porta i ‘frottage’ (matita sfregata sulla carta, per far apparire cosa c’è sotto) di Masao Okabe che ha ritratto le pietre del quartiere di Ujina della città di Hiroshima, un importante porto militare, ‘Is there a future for our past? The dark face of the light’. Il padiglione del Nord Europa (n.1) presenta varie installazioni tra cui tre bagni con i colori della bandiera francese e l’inno nazionale in loop (?). Fuori sulla destra il progetto ‘Welcome to Bagdad’, in cui si propone la città come meta di viaggi turistici con tanto di volantini, poster e video promozionali.
Una considerazione a parte per il Padiglione Egiziano, sono anni che presentano cose ridicole e inguardabili, me ne chiedo tutt’ora la ragione.
PADIGLIONE ITALIA
Un po’ di confusione quest’anno tra vecchio e nuovo, col vecchio che sembra mille volte meglio del nuovo aimè. Torna Sophie Calle con una stanza dedicata alla madre morta. Tirate fuori i fazzoletti: lo stesso giorno in cui Sophie ha saputo che doveva esporre alla Biennale, è venuta anche a conoscenza che alla madre restava un mese di vita. In quell’occasione la madre commentò ‘ Io non ci sarò’, e invece grazie a Sophie adesso c’è. Una stanza dedicata a Bruce Naumann con le sue due Venice Fountain, ironico e ‘sempre insuperato’. Benvenute le opere di Kelly che in mezzo al bailamme generale spiccano per la loro pulizia, il loro stile minimal inconfondibile. Stupendi i due wall drawing di Sol LeWitt, un genere per cui, devo ammetterlo, ho un debole. Mi sono persa il video di Steve Mc Queen che dice sia bellissimo, non fate come me.

ARSENALE
Vero protagonista dell’Arsenale è il videoartista cinese Yang Fudong con la sua serie di 5 video ‘Seven intellectuals in Bambolo Forest che però merita un post a parte.
Yto Barrada propone una riflessione sulla ‘botanica del potere’, in Marocco anche i fiori degli alberghi per turisti diventano protagonisti di una polemica politica. Affascinanti gli accostamenti di Leòn Ferrari che unisce le foto delle torture dei soldati americani sui prigionieri irakeni alle illustrazioni infernali della Divina Commedia di Gustav Dorè, la somiglianza delle pose e dei gesti fa accapponare la pelle. Bello il video di Paolo Canevari con un bambino che gioca a calcio a Belgrado in un quartiere distrutto dalla guerra.
Yang Zhenzhong presenta diversi video in cui le persone vengono riprese mentre dicono ‘io morirò’, l’artista ci fa riflettere sul fatto che tutti stiano ‘recitando’ spesso ridendo o atteggiandosi, ma quello che dicono è la verità, comunque irresistibile il finto-centurione romano ripreso sotto al colosseo.
Gabriele Basilico porta una serie di foto su Beirut, Emily Prince ha ‘ridisegnato’ centinaia di fototessere di soldati morti in guerra, Ignasi Aballì presenta interminabili liste di morti ritagliate dai giornali. Più interessante il lavoro di Oscar Munoz che presenta dei video in cui disegna su carta velina il volto di persone (anche questi morti) con un pennellino intinto nell’acqua. A poco a poco i loro volti ‘evaporano’, come succede nella nostra memoria.

Bei video di Margaret Salmeròn in particolare il suggestivo ‘Ninna nanna’, e molto bello il video di Sophie Whettnall ‘Shadow Boxing’ in cui un pugile si allena a pochi centimetri dal volto di una ragazza che rimane immobile, una riflessione sui rapporti interpersonali e sulla comunicazione.

Completamente avulso da questo contesto il divertentissimo progetto di Christian Capurro, l’artista presenta un numero di Vogue, le cui pagine sono state cancellate a mano da decine di persone che avevano il compito di indicare sulla loro pagina il tempo necessario a cancellarla e quanto volevano essere pagati, un riflessione sul valore che diamo al nostro tempo e su come lo usiamo. Tra la stanza dei neon di Jason Rhoades e i dischi dei Beatles appesi di Yukio Fujimoto arriviamo al padiglione turco, insignificante, con ‘Don’t complain-Non lamentarti’, anche il tanto discusso Padiglione Africano (curato dal gallerista Sindika Dokolo arricchitosi grazie alla dittatura sanguinaria di Mobutu) non mi ha particolarmente colpito, ma essendo proprio alla fine del mio percorso forse meritava maggiore attenzione, una cosa è certa il quadro di Basquiat strideva come unghie sulla lavagna.
E infine arriviamo ai due italiani, molto belle le sculture di linfa del ‘boscaiolo’ Giuseppe Penone, il pavimento di marmo su cui poggiano è stato scolpito con le venature di un tronco, ma come avrà fatto? L’arte povera ha sempre un potere profondo, magnetico, istintivo.

Carini anche i divertissement video ‘Democrazy’ di Francesco Vezzoli (di cui però avevo molto più amato ‘Trailer for the remake of Gore Vidal’s Caligola’ di due anni fa). Sharon Stone e Bernard-Henry Lévy ‘recitano’ la parte di candidati in lizza per entrare alla casa bianca con lo slogan ossessivo ‘Make America strong’.
PERFORMANCE
Indimenticabile la performance dell’italiano Nico Vascellari ‘Revenge’. Immaginatevi un’immensa parete di legno in cui sono incassati 39 stereo Marshall accesi al massimo della potenza. Quando entrate nella stanza che ha le pareti rigorosamente nere, una vibrazione sonora potentissima investe ogni singola cellula del vostro corpo, un sensazione bellissima quasi ‘erotica’. Sarei rimasta lì dentro per sempre, peccato che il tutto per ovvi motivi è durato solo 15 minuti. Questa la descrizione dell’artista: [Il suono che scaturirà dagli amplificatori durante la performance e l’installazione viene comunemente definito feedback. La retroazione (feedback) è la capacità dei sistemi dinamici di tenere conto dei risultati del sistema per modificare le caratteristiche del sistema stesso. Usando termini propri della teoria dei sistemi, in un sistema retroazionato l’uscita del sistema è anche l’ingresso del sistema. Nello specifico si parla di EFFETTO LARSEN: il suono amplificato in uscita da un altoparlante ritorna al microfono che lo ha generato, si avverte un acuto sibilo o una vibrazione grave continua. Questo è dovuto al fatto che il suono che entra nel microfono viene amplificato e mandato agli altoparlanti: se questo ritorna al microfono, si forma una retroazione positiva che lo amplifica all’infinito.]
COLLATERAL EVENTS
L’ultimo giorno trascinandomi dietro il pesantissimo catalogo riesco a vedere ‘Ocean without a shore’ il nuovo video di Bill Viola, nella chiesa di San Gallo (vicinissimo alla piazza di San Marco). Tre schermi sono posizionati sopra tre altari. Donne e uomini di diverse età appaiono in lontananza come piccole ed insignificanti figure in bianco e nero. Si avvicinano a noi e nel momento in cui attraversano una parete di acqua, con un gran fragore acquistano colori molto accesi e lo spettatore può leggere sui loro volti il loro personale e privato stato d’animo. Un’ora di coda vale sicuramente la pena per vedere la suggestione e l’assoluta perfezione tecnica che contraddistinguono questo grande artista, si resta sbigottiti. Nel catalogo leggo che per Bill Viola questa è una riflessione sulla presenza dei morti nella nostra vita e mi sbigottisco ancora di più.

OUTSIDE INSTALLATIONS
Daniel Buren assai sotto tono, molto divertente il progetto MORRINHO, vicino all’entrata dei giardini, un’immensa parete realizzata con mattoncini colorati, per simboleggiare le Favelas. Morrinho in realtà è un gioco, con regole ben precise, un video le spiega.


Se vi è mai capitato di trovarvi completamente soli in uno spazio all'aperto e di amare quella sensazione allora amerete anche le opere di Petter Johannisson, artista svedese. La natura rimane ancora la nostra origine, la nostra unica realtà imprescindibile e anche quando siamo di fronte a dei nonsensi, tutto sembra normale, ordinario, giusto un po’ folle, ma perfettamente sano nel suo mistero. Nella stessa dimensione sono i paesaggi impossibili di

National Park
Evolution
Goalpostseason

Otto autori francesi e otto autori giapponesi compiono brevi viaggi e descrivono secondo il loro personale punto di vista il Giappone. “Ho riunito autori che mi sembravano avere una vera personalità, e quindi capaci di oltrepassare il loro pubblico nazionale; si tratta di autori che hanno una vocazione universale.” Frederic Boilet

CHE COS’È IL “NOUVELLE MANGA”
La definizione “Nouvelle Manga”, creata da Frédéric Boilet nel 2001, più che designare un movimento, vuole cercare di “catturare” l’atteggiamento di certi autori che, slegandosi dai legacci del genere e dello “strettamente commerciale”, creano un fumetto che trae ispirazione e vitalità da varie fonti e tratta, essenzialmente, della vita quotidiana. Boilet infatti ritiene che i limiti della “BD” classica, come la si intendeva soprattutto fino alla fine degli anni ’80 (volumi a colori di grande formato che raccontavano storie di fantascienza, fantasy o avventura), e del manga di intrattenimento, che copre terreni analoghi anche se con altre regole e stereotipi, siano simili e, pur con cifre di lettori diverse, portino al medesimo risultato: sono letti da una piccola parte di lettori, generalmente identificabili con gli adolescenti di sesso maschile.
La scoperta della colossale produzione giapponese legata invece a storie di stampo realistico e quotidiano, generalmente non tradotte all’estero, e l’operato di certe case editrici francesi come “L’Association” e “Ego comme X”, che hanno fatto del realismo e dell’autobiografismo il loro marchio di fabbrica, fecero capire a Boilet che la strada da percorrere era la seconda: paradossalmente era il fumetto che poteva fregiarsi dell’etichetta d’“autore” quello che aveva maggiori possibilità di diffusione nei confronti di un pubblico ampio e variegato, e non legato esclusivamente a un’unica categoria demografica. Il risultato fu quindi un fumetto che per un lettore francese ha un approccio simile al “manga”, mentre per un lettore giapponese ha un sapore francese, una qualità molto apprezzata e diffusa attraverso la letteratura e il cinema anche in quel paese asiatico.
Al momento, Frédéric Boilet identifica con “Nouvelle Manga” degli autori che lavorano in tutto il mondo con un “respiro internazionale”, slegati dalle “regole” del fumetto del proprio paese, e delle case editrici che definiscono i programmi editoriali avendo come obiettivo quello di proporre opere di qualità e di diffondere i lavori sia degli autori affermati (come potrebbe essere Jiro Taniguchi, in Giappone) che di quelli poco conosciuti (come Vanyda in Francia)
Edward Munch, Adolescenza, 1894.
