"Ci vuole una grande quantità di tempo e di elaborazione intellettuale per come si deve installare un'opera. Tutto questo lavoro non dovrebbe essere buttato. Molte opere sono fragili e, una volta montate, non dovrebbero essere mai più mosse. In qualche luogo un po' dell'arte contemporanea dovrebbe rimanere per mostrare che cosa essa avesse inteso esprimere. Da qualche parte, proprio come il metro di platino-iridio garantisce l'esattezza delle misure, dovrebbe esistere una misura dell'arte di questo tempo e di questo luogo." Donald Judd

La Chinati Foundation è stata creata da Donald Judd (1928-1994) adattando a museo una base dell'esercito USA nei pressi di Marfa. L'intento di Judd era di creare un luogo dove conservare un catalogo di opere di grandi dimensioni di un ristretto numero di artisti contemporanei. La sua preoccupazione nasceva dalla constatazione dell'effimera esistenza che caratterizza la quasi totalità delle grandi installazioni di artisti contemporanei. Per fare questo c'era bisogno di tanto spazio a poco prezzo, condizione che abbonda in Texas. Lasciata New York agli inizi degli anni '70 al culmine della sua fama, Donald Judd, personalità ombrosa, critico, designer, artista tra i più incisivi della minimal art, trovò negli spazi esagerati del deserto texano il luogo dove realizzare

Pressoché sconosciuta al grande pubblico, costituisce uno dei più spettacolari esempi al mondo di collezione di arte ambientale. La sua scarsa popolarità dipende dalla collocazione geografica. The Chinati Foundation si trova infatti in uno degli angoli più sperduti degli USA. Marfa è situata all'estremo lembo Sud-Ovest del Texas, distante centinaia di chilometri da tutti i maggiori centri abitati. Il confine con il Messico dista in linea d'aria ca

Ci sono voluti più di trent'anni, enormi finanziamenti raccolti (fra sponsor pubblici e privati) dalla direttrice della fondazione Marianne Stockebrand e dal board di cui fanno parte direttori di musei di tutto il mondo, per dare forma a questo progetto artistico che per dimensioni, ambizione, significati simbolici e culturali, è paragonabile alle piramidi delle civiltà precolombiane. L'idea di Judd, che ha coinvolto Dan Flavin, amico e compagno di una vita, Carl Andre, Claes Oldenburg, John Chamberlain, Richard Long, e Ilya Kabakov, era quella di realizzare un luogo magico in cui l'uomo percepisca la sua dimensione in relazione all'immensità della natura. Qui le gigantesche installazioni artistiche non sono oggetti da osservare ma ambienti da vivere. Appena fuori dal forte, allineati lungo un semicerchio di un chilometro, Judd ha realizzato una serie di sculture di cemento assemblate in gruppi di tre. Sono strutture minimali, geometriche, parallelepipedi praticabili, vuoti al loro interno. Nulla è lasciato alla descrizione, e tantomeno alla decorazione, volutamente essenziali. Questi elementi, in scala colossale, costituiscono un ambiente che si ridefinisce ogni volta, modificato dalla luce del giorno o della notte, che si trasforma in conformità alle stagioni per via dell'erba che cresce, dei colori del paesaggio, dei cambiamenti meteorologici. Ognuno di questi pezzi, identici, ma in realtà diversi a seconda dell'esperienza del visitatore, del suo punto di vista, della sua posizione nello spazio, è una cornice per quadri di paesaggi reali. Può essere concepito anche come un'architettura, sia essa una casa, una chiesa, una cattedrale, oppure come un pezzo d'archeologia rupestre o un monumento alla contemporaneità. È questa la filosofia che ha ispirato Judd e gli altri artisti che hanno lavorato qui: costruire degli ambienti per far vivere un'esperienza. Ancor più sorprendente la seconda installazione di Judd, che negli anni Ottanta, quando Soho inizia a trasformarsi in un ricercato quartiere popolato da gallerie d'arte, lascia il suo studio di Spring Street, per trascorrere ogni anno diversi mesi a Marfa. In questo caso l'artista ha utilizzato i due enormi hangar per gli aerei della base. Si tratta di due edifici rettangolari in cemento, una figura geometrica pura: Judd ha sostituito le pareti laterali con lunghe vetrate, creando due contenitori trasparenti, neutri e minimali.

All'interno ha realizzato cento cubi di alluminio. Il gioco dei riverberi prodotti dalle superfici ipnotizza. Le sculture riflettono il paesaggio esterno e subiscono le variazioni di colore dell'ambiente circostante: al tramonto l'installazione è virata nei toni dell'arancione, mentre nelle notti di luna è ridisegnata da una luce fredda e limpida. Il visitatore è parte integrante dell'opera, e a sua volta la sua immagine si riflette e si moltiplica a seconda della sua posizione, in un continuo rimando fra interno ed esterno. Poco distante dagli hangar, in sei dei dodici edifici a ferro di cavallo che costituiscono

"Vagare alla deriva lungo le strade e gli altipiani mortalmente dritti e piatti del sud-est del Texas è più sognare che guidare. Lasciate perdere la radio: anche le stazioni messicane che mandano marimba non riescono a intaccare la sensazione di immobilità. Si viaggia con il controllo automatico di velocità innestato in un paesaggio monocromo come un quadro di Rothko, accompagnati dal ronzio del condizionatore: miglia e miglia di nulla assoluto intorno. Nulla, certo, eccetto i cactus, animali al pascolo, un stranito coyote, un'antilope che si materializza improvvisamente sullo sfondo khaki della macchia. Ti aspetti gli Apache o un incontro ravvicinato del terzo tipo, di tutto insomma ma non certo un museo di arte contemporanea, quando, BAM,, eccola, surreale come un disco volante

Donald Judd come un bambino, posiziona i suoi lego nella piana di Marfa, lego che pesano alcune tonnellate. Marfa sembra ricordare la grande mano di un Dio che misteriosamente colloca i suoi pezzi sul mondo. Oppure una colonia di navicelle aliene che si riposano un momento al sole del Texas.


'Boxing' photo by Michael Halsband
Andy Warhol (1930-1987), Jean Michel Basquiat (1960-1988)

Il cielo è sempre grigio-bianco e l’ambiente deserto intorno alle case riprese tra il 1959 e il 1994 da Bernd e Hilla Becher. Tra fotografia documentaria e arte concettuale, il lavoro dei Becher è teso a salvare un patrimonio architettonico banale e anonimo. L’abitazione, ridotta ad una mera forma geometrica bidimensionale (una sorta di quinta) è inserita in composizioni prive di fantasia e sentimentalismi. La luce, neutra e senza ombre, isola l’edificio, ripreso sempre frontalmente e senza distorsioni, dal suo contesto più ampio. Sono case che spiccano per la loro modesta struttura, abitazioni create da uomini sconosciuti, il cui lavoro sarebbe stato destinato all’oblio se non fosse stato fotografato e catalogato da Bernd e Hilla con meticolosa metodicità.

I due hanno così costruito una vera e propria enciclopedia di strutture ripetitive e senza autore, scoperte nelle campagne e nei piccoli villaggi. Prima ancora di concentrarsi sulle abitazioni, i Becher hanno attraversato le zone industriali della Ruhr, dell’Olanda, del Belgio, della Francia, dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, fotografando fabbriche in disuso, macchine arrugginite, gazometri, silos, riserve d’acqua, e dando vita ad un vero e proprio inventario di "sculture" (non a caso hanno ricevuto, nel 1990 alla Biennale di Venezia, il premio della scultura).

Fanno parte del bagaglio artistico della coppia le fotografie di Ranger-Patzsch e la "Nuova Oggettività", le immagini di Atget, di Walker Evans, di Karl Blossfeldt e in particolar modo quelle di August Sander, anche lui testimone della sua epoca e archivista della società tedesca. Apprezzati dai minimalisti, i due capiscuola e promotori del realismo documentaristico, hanno formato, all’accademia delle belle arti di Düsseldorf, una generazione di fotografi, della quale fanno parte autori come Andreas Gursky, Thomas Struth, Thomas Ruff e Axel Hütte.
La ricerca di Bernd e Hilla Becher è incentrata sulle vestigia della cultura industriale in via d'estinzione come testimonianza di un momento di passaggio e quindi di identità tra il primo periodo della storia della civiltà industriale e la contemporaneità. Il loro lavoro è caratterizzato dalla ripetitività dello sguardo e del gesto fotografico e non tanto dall'invenzione di un processo artistico. I modelli culturali più evidenti sono l'opera incompiuta del ritrattista August Sander, che attraverso il genere del ritratto ha voluto "catalogare" il genere umano, e l'opera di Marchel Duchamp, in particolare i readymade. La prima raccolta di fotografie dei Becher è stata pubblicata sulla rivista "Kunst-Zeitung" n.2 nel gennaio del 1969 dal titolo Sculture Anonime, con opere realizzate a partire dal 1965. La ricerca fu in seguito raccolta in un libro edito nel 1970. Le inquadrature delle singole fotografie sono state pensate per realizzare l'opera a stampa, il libro, che per i coniugi Becher è parte integrante della loro ricerca.

Cattedratici dell'accademia dal 1976, Bernd e Hilla Becher ed alcuni loro allievi sono considerati fra i fotografi attuali più influenti, oltre che fra i più rilevanti a livello internazionale. Un'architettura senza architetti. Il nuovo sguardo su ciò che è vecchio. E' casuale l'occhio vergine del curioso che da lontano vuole avvicinarsi all'oggetto, ma solo quanto basta per captarlo da una posizione che rimane nell'anonimato? La stessa architettura anonima che tanto affascinò la prima generazione di architetti moderni come Walter Gropius, Erich Mendelsohn o Le Corbusier ha catturato anche Bernd e Hilla Becher e alcuni dei loro pupilli come Andreas Gursky o Thomas Struth.

Il mondo nelle foto della scuola dei Becher evidenzia influenze di August Sander e Karl Blossfeldt riflettendo tre principi comuni: la fotografia come arte e mezzo di documentazione, lo sviluppo di una serie o tipologia e un chiaro marchio storico e socioeconomico. Le loro opere rendono conto di un mondo del lavoro decadente perché ha smesso di essere funzionale. Il suo valore estetico fonda le proprie radici nel fatto che gli oggetti e gli ambienti fotografati, furono costruiti senza nessuna pretesa estetica.




Van Gogh, Self Portrait with bandaged ear, 1889

Joni Mitchell, Turbulent indigo, 1994
Is that all there is?
This is love
Dance me to the end of love

LaChapelle è un fotografo, anzi è il fotografo, ha fotografato TUTTI. Se vi viene in mente il nome di una star dello show business, una QUALUNQUE, una che conti almeno qualcosa, state certi che lui l’ha fotografata, perchè se conti qualcosa nella torbida valle di Hollywood non puoi non avere una foto di David. E per David si intende proprio lui LaChapelle. Roba che Courtney Love dovrebbe baciare la terra su cui lui cammina e ringraziarlo a vita per le foto che le ha fatto a quella sciamannata con il mascara sempre sbavato, gli NSYNC dovrebbero genuflettersi per quella foto in cui hanno per la prima e probabilmente l’ultima volta nella loro vita uno spessore artistico. Perfino Tori Spelling sembra possedere un qualche tipo di fascino e di mistero.
David, il cappellaio matto, il prestigiatore delle star, riesce a far apparire tutti stupendi e speciali in qualche modo. E’ riuscito a far sembrare le tette di Pamela Anderson giustificabili dal punto di vista artistico. E il bello è che lui non trasforma la persona che ha davanti, non la cambia, ma solo

Paris Hilton
Quando ero piccola mi raccontavano una favola su di un anello che se lo indossavi faceva innamorare tutti di te, ecco, secondo me David possiede quell’anello, ma invece di tenerselo solo per se, lo presta alla persona che deve fotografare, ma per poco, giusto il tempo dello scatto, poi possono continuare a fare la loto, banale, noiosa vita da star. I colori sono ovviamente saturi, si sparano diretti nel cervello, alla base del sistema nervoso di chi guarda. Se è eccessivo è lui. Se è colorato è lui. Se vi sembra pornografia di bassa lega e coi colori sbagliati è lui. Se vi sembra che qualcuno stia urlando mentre guardate una foto è sempre lui.

Angelina Jolie
L’espressione GENIO, peraltro già abusata su questo blog, sembra essere stata coniata apposta per lui, ma nel senso di diavoletto, di genietto ‘platonico’ e malizioso, un Daemon, un Satiro che scorrazza nel dorato mondo di Hollywood, un Puck contemporaneo che sparge la polvere magica dello scandalo sugli occhi della gente.

Britney Spears
Ha girato video musicali, ha girato spot pubblicitari che voi vedete ogni giorno quando accendete la televisione, ha fatto le copertine di innumerevoli dischi che voi probabilmente possedete (Maria Carey spero di no), ha firmato le copertine di praticamente qualsiasi settimanale sia uscito negli ultimi dieci anni in ogni parte del mondo. Gael Garcia Bernal non sapeva di essere Gael Garcia Bernal prima di essere fotografato da LaChapelle, o pensavate che fosse tutto merito di quella motocicletta scarcassata che guidava? LaChapelle è intorno a voi e voi neanche ve ne accorgete, e ne avrete ancora e ancora finchè LaChapelle avrà vita.
Se ancora non vi basta, qualsiasi cosa si sia anche accidentalmente frapposta tra l’obbiettivo fotografico di quest’uomo e la realtà negli ultimi dieci anni è probabilmente arte. LaChapelle è America, è come uno di quei mega barattoli di maionese o di burro di arachidi che qui in Italia non esistono. LaChapelle è un Big Mac, ipercalorico, coloratissimo, grande, eccessivo, immangiabile.

Pubblicità Motorola
Il genio creativo, esplode in tutta la sua virulenza espressiva, quando LaChapelle esce dagli angusti limiti del genere ritrattistico o giornalistico. Le sue creazioni falsamente astratte, anzi di un simbolismo deflagrante e volutamente blasfemo, sono il prodotto di una ricerca tanto lucida quanto visionaria. Si tratta di immagini pensate e costruite con senso del grottesco e dell'impossibile, in una miscela esplosiva di colori violenti, ironia, sensualità, oltraggio. Il tutto però non è gratuito, ma vuole essere una satira della vacuità, dell'edonismo, del vuoto apparire privo di contenuti del nostro tempo, ma senza drammatizzazioni e anzi con una visione divertita e disincantata. Quella di David LaChapelle è poi una ricerca di sperimentazione pura, essendo le sue opere frutto di elaborazione e fotoritocco digitale, dello stesso autore.

“Cerco il brutto nel bello e il bello nel kitsch. I miei scenari preferiti sono i McDonald's e le auto da poco, all'inizio oziavo in questi posti, ora li fotografo. Mi allontano deliberatamente dalla realtà di tutti i giorni, la vita è troppo triste. La comicità è una forma di bellezza: guardate John Belushi, lui era bello perché era buffo”
LaChapelle in fondo con la sua arte cerca il grottesco del quotidiano e il bello dove proprio non c'è.
Moby, Natural Blues

After you're death

Who am i and what i want
Consiglierei di andare qui e per i modern thought qui
E l'indispensabile sito ufficiale!

La didascalia ad inizio proiezione non vuole lasciare dubbi: "Le immagini in questo film non sono state accelerate". Insomma, il rischio di non credere a quel che si vedrà sembrerebbe dietro l'angolo, eppure non si sta parlando di marziani. I timori sono però giustificati: chi balla il "Krump" sembra infatti di un altro pianeta. E' di questa particolare danza che si parla nel film del fino ad oggi fotografo e regista di videoclip David LaChapelle. Come e dove è nata, in che modo si è evoluta, chi la pratica e che cosa ha significato per i neri delle zone periferiche di Los Angeles.

Forse il nome "krump" non vi dice nulla, ma se ricordate i ballerini dei videoclip di cantanti come Sean Paul o dei famosi "Hung up" di Madonna o "Galvanize" dei Chemical Brothers allora avrete capito. Parliamo insomma di un tipo di ballo che vede i propri protagonisti eseguire in maniera velocissima e vertiginosa movimenti del corpo di ogni tipo, sempre a ritmo e sempre in modo più che coordinato. Un'evoluzione metropolitana della breakdance o della blackdance in generale, che ormai racchiude nel proprio nome almeno una decina di stili differenti tra loro. Si parte da chi pare la inventò, ovvero Lil Tommy che sotto il nome d'arte di "Tommy the clown" cominciò nei primi anni '
Trailer
Raccogliendo interviste e soffermandosi sulla storia di alcuni di questi giovani che decisero di fare i clown ballerini piuttosto che dedicarsi allo spaccio o alla guerra tra gang, LaChapelle fa del "krumping" un pretesto per parlare dei neri dei suburbi. Gente che alla fine nonostante viva tra armi da fuoco e droga, quasi inconsapevolmente finisce con il riproporre quei gesti che i propri avi africani mettevano in scena nei propri balli tribali, e riaffermare quindi la loro nobile identità. Ne esce fuori un documentario che ben unisce la forza delle immagini al ritmo della musica (si vede che il regista è pratico del videoclip) e che se non fosse doppiato in maniera tanto pessima (con le voci originali americane in sottofondo…) non avrebbe avuto alcun neo.
Galvanize
La Nina versus Miss Prissy


Jacopo Pontormo, La Visitazione, 1428-29.

Bill Viola, The Greetings, 1995.

"It's not pornography, it's not lewd - it's forming a shape with living bodies" Spencer Tunick

Nudi come mamma ci ha fatto. Di tutte le taglie, di ogni colore. E' così che ci vuole Spencer Tunick, spogliati di abiti e di pudore magari sdraiati sull’asfalto delle nostre città. Ma il fine è nobile e sublime: la celebrazione della bellezza artistica della pura nudità.
Una proposta troppo indecente? Dipende.
Certamente sì per Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York, che fece arrestare Tunick nel 1999 per aver fatto distendere 50 corpi nudi a Times Square. Assolutamente no per il governo del Canada che lo ha invitato come ospite d’onore, o in Russia dove lo stesso direttore di un grande museo ha posato senza veli, o in Australia e Spagna con le adesioni trionfali di 4500 e 7000 volontari con i glutei al vento. E' dal 1994 che Tunick realizza scene di nudo di massa e ritratti. E’ stato in tutti e sette i continenti, reclutando migliaia di volontari in oltre 50 città del mondo, da Montreal a San Pietroburgo, da Santiago del Cile a Parigi, da Barcellona a Basilea, da Buenos Aires a Londra, da New York a Roma. Definisce le sue opere artistiche “installazioni di nudo su larga scala”, una forma surreale di collage umano dove i tasselli sono i corpi spogliati e utilizzati come elementi di nuove forme.

"Generalmente lavoro alle prime ore dell'alba perché le persone sono più distese, meno violente, e poi non amo la luce piena del giorno, preferisco colori come il blu inchiostro o il grigio. Per le mie foto non capita mai che selezioni le persone in base a criteri di bellezza fisica, ritraggo solo chi me lo chiede espressamente"
E così l’artista invade gli spazi metropolitani e naturali componendo strade, architetture e paesaggi di nudo umano. Nelle sue foto centinaia di corpi nudi, si costituiscono come parte del paesaggio. I nudi di Spencer Tunick non hanno niente a che fare con le rivendicazioni di ideali comunitari d'amore libero su modello Woodstockiano: la sua finalità è quella di restituire al corpo umano, nella sua imperfezione, la sua inalienabile dignità.

Le immagini scattate da Spencer Tunick raccontano di centinaia di centinaia di corpi che denudati perdono le loro differenze. Simmetrico, patinato, perfetto, è questo il corpo che la gran parte dei media c'impongono. Su questo stereotipo culturale riflette il lavoro di Tunick, immagini dove i corpi perdono, le loro caratteristiche corporali per acquisire quelle di forme astratte in un paesaggio metropolitano. Ma c’è anche qualcosa di più. Le sue foto descrivono paesaggi epici, antichissimi o forse di un futuro in cui sarà accaduto qualcosa di bellissimo o di terribile, ma comunque irreparabile. Da cui non si torna indietro.

Nel suo sito Tunick raccoglie le immagini archiviandole come "temporary site-related installations" e non si dilunga sulla "filosofia" che guida le sue composizioni: in poche righe riassume il suo punto di vista mentre, al contrario, racconta più dettagliatamente la battaglia legale affrontata per far valere il proprio diritto di esprimersi in base al primo emendamento della costituzione americana. Dopo anni di attività ha proseliti in tutto il mondo, ma ancora nessuno è riuscito a oscurare la sua fama e il formidabile attivismo. In cambio, il suoi modellli non chiedono assolutamente nulla: sono "volontari" chiamati attraverso la rete o con un passaparola in grado di solcare gli oceani pronti a posare in quel determinato luogo e a quell'ora, naturalmente senza nemmeno un braccialetto. Diventare "tunickomani" è facilissimo: è sufficiente indicare i propri dati nel form "sign to pose" ("firma per posare") e indicare la tonalità di colore della propria pelle. Quindi inviare. Spencer non richiede la "bella presenza", ma l'adesione al suo progetto che oggi si chiama "Naked World".


Spencer Tunick alla fine è uscito vincitore da tutte le battaglie legali e le sue fotografie si sono guadagnate un posto in prima fila nei musei d’arte contemporanea.
Vi è per caso venuta la voglia di partecipare al prossimo happening di nudo su larga scala? Potrebbe essere il vostro momento di gloria. Il modulo d’iscrizione è on line.
11 settembre 2005 a Lyon