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mercoledì, 25 ottobre 2006

THE CHINATI FOUNDATION, MARFA, TEXAS

"Ci vuole una grande quantità di tempo e di elaborazione intellettuale per come si deve installare un'opera. Tutto questo lavoro non dovrebbe essere buttato. Molte opere sono fragili e, una volta montate, non dovrebbero essere mai più mosse. In qualche luogo un po' dell'arte contemporanea dovrebbe rimanere per mostrare che cosa essa avesse inteso esprimere. Da qualche parte, proprio come il metro di platino-iridio garantisce l'esattezza delle misure, dovrebbe esistere una misura dell'arte di questo tempo e di questo luogo." Donald Judd




La Chinati Foundation è stata creata da Donald Judd (1928-1994) adattando a museo una base dell'esercito USA nei pressi di Marfa.  L'intento di Judd era di creare un luogo dove conservare un catalogo di opere di grandi dimensioni di un ristretto numero di artisti contemporanei. La sua preoccupazione nasceva dalla constatazione dell'effimera esistenza che caratterizza la quasi totalità delle grandi installazioni di artisti contemporanei. Per fare questo c'era bisogno di tanto spazio a poco prezzo, condizione che abbonda in Texas. Lasciata New York agli inizi degli anni '70 al culmine della sua fama, Donald Judd, personalità ombrosa, critico, designer, artista tra i più incisivi della minimal art, trovò negli spazi esagerati del deserto texano il luogo dove realizzare la Chinati Foundation, che occupa 340 acri del Fort D.A. Russell alla periferia di Marfa, 32 capannoni usati come luogo di prigionia per soldati tedeschi catturati durante la seconda guerra mondiale. La fondazione fu creata nel 1979 con un sostanziale finanziamento della DIA Art Foundation di New York e fu aperta al pubblico nel 1986. Per tutti gli anni '80 Judd soggiornò a Marfa, trasformando il campo militare in un'esposizione, organizzando workshop, residenze per artisti, convegni, contribuendo in modo decisivo alla rivitalizzazione economica dell'area.  Spirito innovatore, Judd disegnò i mobili, creando spazi all'interno degli edifici così come al loro esterno, di modo che artisti, poeti, film-maker potessero cucinare e mangiare insieme. A questo scopo restaurò l'edificio dove originariamente era ospitata la palestra del campo militare, dove creò uno spazio, che chiamò The Arena, occupato al centro da strisce di ghiaia intercalate dalle fondamenta in cemento del pavimento di legno primitivo, mentre ai due estremi lasciò lo spazio per la cucina ed i servizi comuni. All'esterno disegnò il cortile con un'area per mangiare, per fare il bagno e per il barbecue. la prerogativa più interessante della Chinati Foundation consiste proprio nel concentrare enormi opere di carattere scultoreo, dislocate in parte all'interno dei capannoni, ma in gran parte create appositamente per popolare l'enorme distesa di terra attorno. Lavori di dimensioni tali da non risultare compatibili con le normali strutture espositive e museali.




Pressoché sconosciuta al grande pubblico, costituisce uno dei più spettacolari esempi al mondo di collezione di arte ambientale. La sua scarsa popolarità dipende dalla collocazione geografica. The Chinati Foundation si trova infatti in uno degli angoli più sperduti degli USA. Marfa è situata all'estremo lembo Sud-Ovest del Texas, distante centinaia di chilometri da tutti i maggiori centri abitati. Il confine con il Messico dista in linea d'aria ca 70 km, e Alpine, la località più vicina raggiungibile con mezzi di trasporto pubblico, è a 40 km ca di distanza. L'aeroporto più vicino a Marfa, a sessanta miglia dal confine col Messico, è El Paso, a due ore di volo dallo scalo intercontinentale di Houston. Da El Paso si può raggiungere Marfa con un piccolo aereo a nolo o con una macchina, se si è disposti a guidare per cinque ore attraverso il deserto del Texas. La cittadina, 2500 abitanti, poche case, due motel, un ristorante, la posta e una scuola, è circondata da una natura incontaminata fatta di spazi immensi e cieli sterminati. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, da quando il grande aeroporto militare di Fort Russel era stato chiuso, Marfa era caduta nell'oblio, eccezion fatta per i dieci, memorabili giorni del 1956 quando Elizabeth Taylor e James Dean girarono proprio qui alcune scene de Il Gigante. Marfa è nota anche per gli avvistamenti Ufo e per le sue celebri ‘Luci di Marfa’, una specie di fuochi fatui molto suggestivi, visibili di notte nella zona circostante.




Ci sono voluti più di trent'anni, enormi finanziamenti raccolti (fra sponsor pubblici e privati) dalla direttrice della fondazione Marianne Stockebrand e dal board di cui fanno parte direttori di musei di tutto il mondo, per dare forma a questo progetto artistico che per dimensioni, ambizione, significati simbolici e culturali, è paragonabile alle piramidi delle civiltà precolombiane. L'idea di Judd, che ha coinvolto Dan Flavin, amico e compagno di una vita, Carl Andre, Claes Oldenburg, John Chamberlain, Richard Long, e Ilya Kabakov, era quella di realizzare un luogo magico in cui l'uomo percepisca la sua dimensione in relazione all'immensità della natura. Qui le gigantesche installazioni artistiche non sono oggetti da osservare ma ambienti da vivere. Appena fuori dal forte, allineati lungo un semicerchio di un chilometro, Judd ha realizzato una serie di sculture di cemento assemblate in gruppi di tre. Sono strutture minimali, geometriche, parallelepipedi praticabili, vuoti al loro interno. Nulla è lasciato alla descrizione, e tantomeno alla decorazione, volutamente essenziali. Questi elementi, in scala colossale, costituiscono un ambiente che si ridefinisce ogni volta, modificato dalla luce del giorno o della notte, che si trasforma in conformità alle stagioni per via dell'erba che cresce, dei colori del paesaggio, dei cambiamenti meteorologici. Ognuno di questi pezzi, identici, ma in realtà diversi a seconda dell'esperienza del visitatore, del suo punto di vista, della sua posizione nello spazio, è una cornice per quadri di paesaggi reali. Può essere concepito anche come un'architettura, sia essa una casa, una chiesa, una cattedrale, oppure come un pezzo d'archeologia rupestre o un monumento alla contemporaneità. È questa la filosofia che ha ispirato Judd e gli altri artisti che hanno lavorato qui: costruire degli ambienti per far vivere un'esperienza. Ancor più sorprendente la seconda installazione di Judd, che negli anni Ottanta, quando Soho inizia a trasformarsi in un ricercato quartiere popolato da gallerie d'arte, lascia il suo studio di Spring Street, per trascorrere ogni anno diversi mesi a Marfa. In questo caso l'artista ha utilizzato i due enormi hangar per gli aerei della base. Si tratta di due edifici rettangolari in cemento, una figura geometrica pura: Judd ha sostituito le pareti laterali con lunghe vetrate, creando due contenitori trasparenti, neutri e minimali.

 



All'interno ha realizzato cento cubi di alluminio. Il gioco dei riverberi prodotti dalle superfici ipnotizza. Le sculture riflettono il paesaggio esterno e subiscono le variazioni di colore dell'ambiente circostante: al tramonto l'installazione è virata nei toni dell'arancione, mentre nelle notti di luna è ridisegnata da una luce fredda e limpida. Il visitatore è parte integrante dell'opera, e a sua volta la sua immagine si riflette e si moltiplica a seconda della sua posizione, in un continuo rimando fra interno ed esterno. Poco distante dagli hangar, in sei dei dodici edifici a ferro di cavallo che costituiscono la Chinati Foundation, Flavin ha progettato la sua installazione architettonica più imponente e impegnativa. L'occasione era unica: il committente era un artista che aveva elaborato con lui la concezione di arte ambientale. Il progetto è stato portato a termine lo scorso inverno, dopo anni di lavoro e di ricerca di fondi. Flavin, che ha sempre creato le sue sculture con tubi di luce florescente, ha realizzato per Marfa un'installazione di straordinaria potenza. Qui l'artista ha costruito, in ogni braccio dei lunghi capannoni, pareti di tubi di luce colorata che interrompono lo spazio. Il visitatore non può andare fisicamente oltre, ma visivamente lo spazio è raddoppiato dalla luce. La barriera luminosa irradia due colori diversi nelle direzioni opposte, blu e giallo nei primi due edifici, rosa e verde nei secondi, e composizioni dei quattro colori negli ultimi due. L'architettura dialoga con la natura circostante, e il visitatore entra ed esce dai capannoni alternando la visione della luce artificiale a quella della natura. Come simbolo portafortuna della Fondazione, in ossequio al far west, Claes Oldenburg ha realizzato un ferro di cavallo in scala monumentale, una scultura Pop che, proprio per le sue dimensioni sproporzionate, sprona a riflettere sugli oggetti di consumo. Diverso è il principio ispiratore dell'artista russo Ilya Kabakov, che ha vissuto in Unione Sovietica prima di trasferirsi, negli anni Ottanta in Germania e poi a New York dove tuttora vive e lavora. Kabakov ricrea gli ambienti sovietici: a Marfa ha ricostruito minuziosamente una scuola con tanto di banchi in legno rossi, libri, quaderni, documenti, registri, bacheche. Quando lavorava nel suo paese, in ossequio forzato ai canoni del regime, Kabakov non poteva prescindere dal realismo. Ora, queste "innocenti" ricostruzioni hanno una tale forza emotiva da imporsi come una critica radicale non solo a quel sistema, ma a ogni situazione di costrizione pubblica o privata. Donald Judd ha concepito la Chinati Foundation alla fine degli anni Settanta, coinvolgendo alcuni artisti più radicali. L'idea precisa di Judd, dei Minimalisti, dei Concettuali, dei Land e dei Pop artisti, era portare l'arte al di fuori dei circuiti di musei e gallerie per restituirle una dimensione e un senso universale. Donald Judd è morto nel 1994, Dan Flavin nel 1996 ma la scommessa è vinta poiché Marfa è un luogo di pellegrinaggio: attira circa 10 mila visitatori all'anno. Niente in confronto alle folle del Guggenheim di Bilbao, ma moltissimi per un luogo sperduto nel deserto.








"Vagare alla deriva lungo le strade e gli altipiani mortalmente dritti e piatti del sud-est del Texas è più sognare che guidare. Lasciate perdere la radio: anche le stazioni messicane che mandano marimba non riescono a intaccare la sensazione di immobilità. Si viaggia con il controllo automatico di velocità innestato in un paesaggio monocromo come un quadro di Rothko, accompagnati dal ronzio del condizionatore: miglia e miglia di nulla assoluto intorno. Nulla, certo, eccetto i cactus, animali al pascolo, un stranito coyote, un'antilope che si materializza improvvisamente sullo sfondo khaki della macchia. Ti aspetti gli Apache o un incontro ravvicinato del terzo tipo, di tutto insomma ma non certo un museo di arte contemporanea, quando, BAM,, eccola, surreale come un disco volante la Chinati Foundation, uno dei centri per l'arte contemporanea più autorevoli al mondo, a dividersi il cielo color jeans scoloriti con Marfa, una piccola città di allevatori."





Donald Judd come un bambino, posiziona i suoi lego nella piana di Marfa, lego che pesano alcune tonnellate. Marfa sembra ricordare la grande mano di un Dio che misteriosamente colloca i suoi pezzi sul mondo. Oppure una colonia di navicelle aliene che si riposano un momento al sole del Texas.





 

Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 14:36 | link | commenti (1)
categorie: monography
martedì, 24 ottobre 2006

The Same Old Shit


'Boxing' photo by Michael Halsband

Andy Warhol (1930-1987), Jean Michel Basquiat (1960-1988)

Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 08:40 | link | commenti (6)
categorie: brevi
giovedì, 19 ottobre 2006

I fantastici Becher



Il cielo è sempre grigio-bianco e l’ambiente deserto intorno alle case riprese tra il 1959 e il 1994 da Bernd e Hilla Becher. Tra fotografia documentaria e arte concettuale, il lavoro dei Becher è teso a salvare un patrimonio architettonico banale e anonimo. L’abitazione, ridotta ad una mera forma geometrica bidimensionale (una sorta di quinta) è inserita in composizioni prive di fantasia e sentimentalismi. La luce, neutra e senza ombre, isola l’edificio, ripreso sempre frontalmente e senza distorsioni, dal suo contesto più ampio. Sono case che spiccano per la loro modesta struttura, abitazioni create da uomini sconosciuti, il cui lavoro sarebbe stato destinato all’oblio se non fosse stato fotografato e catalogato da Bernd e Hilla con meticolosa metodicità.



I due hanno così costruito una vera e propria enciclopedia di strutture ripetitive e senza autore, scoperte nelle campagne e nei piccoli villaggi. Prima ancora di concentrarsi sulle abitazioni, i Becher hanno attraversato le zone industriali della Ruhr, dell’Olanda, del Belgio, della Francia, dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, fotografando fabbriche in disuso, macchine arrugginite, gazometri, silos, riserve d’acqua, e dando vita ad un vero e proprio inventario di "sculture" (non a caso hanno ricevuto, nel 1990 alla Biennale di Venezia, il premio della scultura).


    

Fanno parte del bagaglio artistico della coppia le fotografie di Ranger-Patzsch e la "Nuova Oggettività", le immagini di Atget, di Walker Evans, di Karl Blossfeldt e in particolar modo quelle di August Sander, anche lui testimone della sua epoca e archivista della società tedesca. Apprezzati dai minimalisti, i due capiscuola e promotori del realismo documentaristico, hanno formato, all’accademia delle belle arti di Düsseldorf, una generazione di fotografi, della quale fanno parte autori come Andreas Gursky, Thomas Struth, Thomas Ruff e Axel Hütte.



La ricerca di Bernd e Hilla Becher è incentrata sulle vestigia della cultura industriale in via d'estinzione come testimonianza di un momento di passaggio e quindi di identità tra il primo periodo della storia della civiltà industriale e la contemporaneità. Il loro lavoro è caratterizzato dalla ripetitività dello sguardo e del gesto fotografico e non tanto dall'invenzione di un processo artistico. I modelli culturali più evidenti sono l'opera incompiuta del ritrattista August Sander, che attraverso il genere del ritratto ha voluto "catalogare" il genere umano, e l'opera di Marchel Duchamp, in particolare i readymade. La prima raccolta di fotografie dei Becher è stata pubblicata sulla rivista "Kunst-Zeitung" n.2 nel gennaio del 1969 dal titolo Sculture Anonime, con opere realizzate a partire dal 1965. La ricerca fu in seguito raccolta in un libro edito nel 1970. Le inquadrature delle singole fotografie sono state pensate per realizzare l'opera a stampa, il libro, che per i coniugi Becher è parte integrante della loro ricerca.



Cattedratici dell'accademia dal 1976, Bernd e Hilla Becher ed alcuni loro allievi sono considerati fra i fotografi attuali più influenti, oltre che fra i più rilevanti a livello internazionale. Un'architettura senza architetti. Il nuovo sguardo su ciò che è vecchio. E' casuale l'occhio vergine del curioso che da lontano vuole avvicinarsi all'oggetto, ma solo quanto basta per captarlo da una posizione che rimane nell'anonimato? La stessa architettura anonima che tanto affascinò la prima generazione di architetti moderni come Walter Gropius, Erich Mendelsohn o Le Corbusier ha catturato anche Bernd e Hilla Becher e alcuni dei loro pupilli come Andreas Gursky o Thomas Struth.


Il mondo nelle foto della scuola dei Becher evidenzia influenze di August Sander e Karl Blossfeldt riflettendo tre principi comuni: la fotografia come arte e mezzo di documentazione, lo sviluppo di una serie o tipologia e un chiaro marchio storico e socioeconomico. Le loro opere rendono conto di un mondo del lavoro decadente perché ha smesso di essere funzionale. Il suo valore estetico fonda le proprie radici nel fatto che gli oggetti e gli ambienti fotografati, furono costruiti senza nessuna pretesa estetica.









Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 08:58 | link | commenti (4)
categorie: monography
lunedì, 16 ottobre 2006

Art is always contemporary [n.14]




Van Gogh, Self Portrait with bandaged ear, 1889




Joni Mitchell, Turbulent indigo, 1994

Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 15:41 | link | commenti
categorie: art is always contemporary
venerdì, 13 ottobre 2006

Meditations about love

Is that all there is?




This is love



Dance me to the end of love

Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 10:31 | link | commenti
categorie: video, brevi
giovedì, 12 ottobre 2006

I't's only LaChapelle but i like it



LaChapelle è un fotografo, anzi è il fotografo, ha fotografato TUTTI. Se vi viene in mente il nome di una star dello show business, una QUALUNQUE, una che conti almeno qualcosa, state certi che lui l’ha fotografata, perchè se conti qualcosa nella torbida valle di Hollywood non puoi non avere una foto di David. E per David si intende proprio lui LaChapelle.  Roba che Courtney Love dovrebbe baciare la terra su cui lui cammina e ringraziarlo a vita per le foto che le ha fatto a quella sciamannata con il mascara sempre sbavato, gli NSYNC dovrebbero genuflettersi per quella foto in cui hanno per la prima e probabilmente l’ultima volta nella loro vita uno spessore artistico. Perfino Tori Spelling sembra possedere un qualche tipo di fascino e di mistero.



David, il cappellaio matto, il prestigiatore delle star, riesce a far apparire tutti stupendi e speciali in qualche modo. E’ riuscito a far sembrare le tette di Pamela Anderson giustificabili dal punto di vista artistico. E il bello è che lui non trasforma la persona che ha davanti, non la cambia, ma solo la ESPANDE, prende il lato migliore e lo esagera fino a farlo sembrare irresistibile per chiunque guardi, per lui, come per mia nonna quando cucina,  niente è mai troppo.


Paris Hilton

Quando ero piccola mi raccontavano una favola su di un anello che se lo indossavi faceva innamorare tutti di te, ecco, secondo me David possiede quell’anello, ma invece di tenerselo solo per se, lo presta alla persona che deve fotografare, ma per poco, giusto il tempo dello scatto, poi possono continuare a fare la loto, banale, noiosa vita da star. I colori sono ovviamente saturi, si sparano diretti nel cervello, alla base del sistema nervoso di chi guarda. Se è eccessivo è lui. Se è colorato è lui. Se vi sembra pornografia di bassa lega e coi colori sbagliati è lui. Se vi sembra che qualcuno stia urlando mentre guardate una foto è sempre lui.


Angelina Jolie

L’espressione GENIO, peraltro già abusata su questo blog, sembra essere stata coniata apposta per lui, ma nel senso di diavoletto, di genietto ‘platonico’ e malizioso, un Daemon, un Satiro che scorrazza nel dorato mondo di Hollywood, un Puck contemporaneo che sparge la polvere magica dello scandalo sugli occhi della gente.


Britney Spears

Ha girato video musicali, ha girato spot pubblicitari che voi vedete ogni giorno quando accendete la televisione, ha fatto le copertine di innumerevoli dischi che voi probabilmente possedete (Maria Carey spero di no), ha firmato le copertine di praticamente qualsiasi settimanale sia uscito negli ultimi dieci anni in ogni parte del mondo. Gael Garcia Bernal non sapeva di essere Gael Garcia Bernal prima di essere fotografato da LaChapelle, o pensavate che fosse tutto merito di quella motocicletta scarcassata che guidava? LaChapelle è intorno a voi e voi neanche ve ne accorgete, e ne avrete ancora e ancora finchè LaChapelle avrà vita.

Se ancora non vi basta, qualsiasi cosa si sia anche accidentalmente frapposta tra l’obbiettivo fotografico di quest’uomo e la realtà negli ultimi dieci anni è probabilmente arte. LaChapelle è America, è come uno di quei mega barattoli di maionese o di burro di arachidi che qui in Italia non esistono. LaChapelle è un Big Mac, ipercalorico, coloratissimo, grande, eccessivo, immangiabile.



Definire fotografia l'opera di LaChapelle è sicuramente una semplificazione, le sue sono immagini dove realtà, sogno e dissacrante surrealismo, si fondono in una rappresentazione che lascia sconcertati e affascinati.  Nasce a Farmington Connecticut nel 1963, nel 1978 si trasferisce a New York cominciando la sua avventura artistica con Andy Warhol, per la rivista INTERVIEW fino al 1987, anno della scomparsa del grande artista. A 24 anni David è già una grande firma del fotogiornalismo con servizi per VOGUE, VANITY FAIR, THE FACE (fra le più importanti riviste di moda e costume). Nel 1996 vince il premio come fotografo dell'anno, inoltre il suo primo libro fotografico "LaChapelle Land" va a ruba, nel 1999 il secondo libro di immagini "Hotel LaChapelle" si conferma un best seller.  


Pubblicità Motorola

Il genio creativo, esplode in tutta la sua virulenza espressiva, quando LaChapelle esce dagli angusti limiti del genere ritrattistico o giornalistico. Le sue creazioni falsamente astratte, anzi di un simbolismo deflagrante e volutamente blasfemo, sono il prodotto di una ricerca tanto lucida quanto visionaria. Si tratta di immagini pensate e costruite con senso del grottesco e dell'impossibile, in una miscela esplosiva di colori violenti, ironia, sensualità, oltraggio. Il tutto però non è gratuito, ma vuole essere una satira della vacuità, dell'edonismo, del vuoto apparire privo di contenuti del nostro tempo, ma senza drammatizzazioni e anzi con una visione divertita e disincantata. Quella di David LaChapelle è poi una ricerca di sperimentazione pura, essendo le sue opere frutto di elaborazione e fotoritocco digitale, dello stesso autore.



“Cerco il brutto nel bello e il bello nel kitsch. I miei scenari preferiti sono i McDonald's e le auto da poco, all'inizio oziavo in questi posti, ora li fotografo. Mi allontano deliberatamente dalla realtà di tutti i giorni, la vita è troppo triste. La comicità è una forma di bellezza: guardate John Belushi, lui era bello perché era buffo”

LaChapelle in fondo con la sua arte cerca il grottesco del quotidiano e il bello dove proprio non c'è.


Moby, Natural Blues

Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 09:05 | link | commenti (5)
categorie: video, monography
mercoledì, 11 ottobre 2006

David Shrigley save my life



After you're death




Who am i and what i want



Consiglierei di andare qui e per i modern thought qui
E l'indispensabile sito ufficiale!

Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 08:55 | link | commenti (2)
categorie: video, brevi
martedì, 10 ottobre 2006

The time is come to


La didascalia ad inizio proiezione non vuole lasciare dubbi: "Le immagini in questo film non sono state accelerate". Insomma, il rischio di non credere a quel che si vedrà sembrerebbe dietro l'angolo, eppure non si sta parlando di marziani. I timori sono però giustificati: chi balla il "Krump" sembra infatti di un altro pianeta. E' di questa particolare danza che si parla nel film del fino ad oggi fotografo e regista di videoclip David LaChapelle. Come e dove è nata, in che modo si è evoluta, chi la pratica e che cosa ha significato per i neri delle zone periferiche di Los Angeles.



Forse il nome "krump" non vi dice nulla, ma se ricordate i ballerini dei videoclip di cantanti come Sean Paul o dei famosi "Hung up" di Madonna o "Galvanize" dei Chemical Brothers allora avrete capito. Parliamo insomma di un tipo di ballo che vede i propri protagonisti eseguire in maniera velocissima e vertiginosa movimenti del corpo di ogni tipo, sempre a ritmo e sempre in modo più che coordinato. Un'evoluzione metropolitana della breakdance o della blackdance in generale, che ormai racchiude nel proprio nome almeno una decina di stili differenti tra loro. Si parte da chi pare la inventò, ovvero Lil Tommy che sotto il nome d'arte di "Tommy the clown" cominciò nei primi anni '90 a farne l'attrazione delle feste per i bambini di South Central nella periferia della città degli angeli, fino ad arrivare all'esplosione del movimento tanto che si organizzano vere e proprie sessioni di "battle dance" nei palazzotti con tanto di pubblico pagante. Un fenomeno che non ha solo implicazioni a livello di moda, ma che pare abbia portato via dalla strada tanti ragazzi altrimenti destinati a diventare delinquenti.


Trailer


Raccogliendo interviste e soffermandosi sulla storia di alcuni di questi giovani che decisero di fare i clown ballerini piuttosto che dedicarsi allo spaccio o alla guerra tra gang, LaChapelle fa del "krumping" un pretesto per parlare dei neri dei suburbi. Gente che alla fine nonostante viva tra armi da fuoco e droga, quasi inconsapevolmente finisce con il riproporre quei gesti che i propri avi africani mettevano in scena nei propri balli tribali, e riaffermare quindi la loro nobile identità. Ne esce fuori un documentario che ben unisce la forza delle immagini al ritmo della musica (si vede che il regista è pratico del videoclip) e che se non fosse doppiato in maniera tanto pessima (con le voci originali americane in sottofondo…) non avrebbe avuto alcun neo.

Galvanize


La Nina versus Miss Prissy




Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 10:41 | link | commenti (2)
categorie: video, brevi
lunedì, 09 ottobre 2006

Art is always contemporary [n.13]



Jacopo Pontormo, La Visitazione, 1428-29.



Bill Viola, The Greetings, 1995.

Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 11:26 | link | commenti (1)
categorie: art is always contemporary
domenica, 08 ottobre 2006

GET NAKED!!!



"It's not pornography, it's not lewd - it's forming a shape with living bodies"  Spencer Tunick



Nudi come mamma ci ha fatto. Di tutte le taglie, di ogni colore. E' così che ci vuole Spencer Tunick, spogliati di abiti e di pudore magari sdraiati sull’asfalto delle nostre città. Ma il fine è nobile e sublime: la celebrazione della bellezza artistica della pura nudità.  

Una proposta troppo indecente? Dipende.
Certamente sì per Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York, che fece arrestare Tunick nel 1999 per aver fatto distendere 50 corpi nudi a
Times Square. Assolutamente no per il governo del Canada che lo ha invitato come ospite d’onore, o in Russia dove lo stesso direttore di un grande museo ha posato senza veli, o in Australia e Spagna con le adesioni trionfali di 4500 e 7000 volontari con i glutei al vento. E' dal 1994 che Tunick realizza scene di nudo di massa e ritratti. E’ stato in tutti e sette i continenti, reclutando migliaia di volontari in oltre 50 città del mondo, da Montreal a San Pietroburgo, da Santiago del Cile a Parigi, da Barcellona a Basilea, da Buenos Aires a Londra, da New York a Roma. Definisce le sue opere artistiche “installazioni di nudo su larga scala”, una forma surreale di collage umano dove i tasselli sono i corpi spogliati e utilizzati come elementi di nuove forme.



 

"Generalmente lavoro alle prime ore dell'alba perché le persone sono più distese, meno violente, e poi non amo la luce piena del giorno, preferisco colori come il blu inchiostro o il grigio. Per le mie foto non capita mai che selezioni le persone in base a criteri di bellezza fisica, ritraggo solo chi me lo chiede espressamente"

E così l’artista invade gli spazi metropolitani e naturali componendo strade, architetture e paesaggi di nudo umano. Nelle sue foto centinaia di corpi nudi, si costituiscono come parte del paesaggio. I nudi di Spencer Tunick non hanno niente a che fare con le rivendicazioni di ideali comunitari d'amore libero su modello Woodstockiano: la sua finalità è quella di restituire al corpo umano, nella sua imperfezione, la sua inalienabile dignità.



Le immagini scattate da Spencer Tunick raccontano di centinaia di centinaia di corpi che denudati perdono le loro differenze. Simmetrico, patinato, perfetto, è questo il corpo che la gran parte dei media c'impongono. Su questo stereotipo culturale riflette il lavoro di Tunick, immagini dove i corpi perdono, le loro caratteristiche corporali per acquisire quelle di forme astratte in un paesaggio metropolitano. Ma c’è anche qualcosa di più. Le sue foto descrivono paesaggi epici, antichissimi o forse di un futuro in cui sarà accaduto qualcosa di bellissimo o di terribile, ma comunque irreparabile. Da cui non si torna indietro.



Nel suo sito Tunick raccoglie le immagini archiviandole come "temporary site-related installations" e non si dilunga sulla "filosofia" che guida le sue composizioni: in poche righe riassume il suo punto di vista mentre, al contrario, racconta più dettagliatamente la battaglia legale affrontata per far valere il proprio diritto di esprimersi in base al primo emendamento della costituzione americana. Dopo anni di attività ha proseliti in tutto il mondo, ma ancora nessuno è riuscito a oscurare la sua fama e il formidabile attivismo. In cambio, il suoi modellli non chiedono assolutamente nulla: sono "volontari" chiamati attraverso la rete o con un passaparola in grado di solcare gli oceani pronti a posare in quel determinato luogo e a quell'ora, naturalmente senza nemmeno un braccialetto. Diventare "tunickomani" è facilissimo: è sufficiente indicare i propri dati nel form "sign to pose" ("firma per posare") e indicare la tonalità di colore della propria pelle. Quindi inviare. Spencer non richiede la "bella presenza", ma l'adesione al suo progetto che oggi si chiama "Naked World".





 

Spencer Tunick alla fine è uscito vincitore da tutte le battaglie legali e le sue fotografie si sono guadagnate un posto in prima fila nei musei d’arte contemporanea.

Vi è per caso venuta la voglia di partecipare al prossimo happening di nudo su larga scala? Potrebbe essere il vostro momento di gloria. Il modulo d’iscrizione è on line.

11 settembre 2005 a Lyon

Who would be the psychologist of NicoleDiver alle ore 20:50 | link | commenti
categorie: monography